Regaliamo due copie di Dire Fare Mangiare di Luca Iaccarino

Dire Fare Mangiare: la triade accompagna la vita e le fatiche gastronomiche di Luca Iaccarino, prima membro della trimurti Iaccarino / Cavallito Y Lamacchia per la Guida dei 100, ora autore di quattro  indimenticabili capitoli sul nobile gesto del mangiare.
Che sia alla tavola di Alain Ducasse a Montecarlo, a fare il garzone di una locanda piemontese o impegnato in un tour estremo di fritto e ventraglie nell’assolata Palermo, Iaccarino restituisce il buono del cibo ovunque esso sia e in qualsiasi forma si presenti, grazie alla destrezza nella  narrazione e alla capacità di rendere propria e di godersi  qualsiasi esperienza gastronomica, dai pranzi da 600€ al pane ca’ meusa.
Il suo tour gastronomico batte 10 a uno persino il nostro viaggio di nozze.

Lo Chef Sul Tavolo regala due copie di Dire Fare Mangiare
Qual è stato il vostro viaggio gastronomico indimenticabile? In quale paese avete assaggiato cibi che voi esseri umani non avreste mai assaggiato? Raccontateci la vostra esperienza nei commenti: avete tempo fino alla mezzanotte di giovedì 16 febbraio per aggiudicarvi due copie del libro.

AGGIORNAMENTO VINCITORI: grazie a tutti, le due copie del libro vanno a Jean-Michel e a Emidio. Grazie di aver partecipato, siete stati talmente bravi ed entusiasmanti che vi ricontatteremo presto per un’idea malefica qui sullo Chef Sul Tavolo!

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18 risposte a Regaliamo due copie di Dire Fare Mangiare di Luca Iaccarino

  1. Era il giorno del mio tredicesimo compleanno, il 14 febbraio del 1958, me lo ricorderò per tutta la vita. L’Africa, quell’anno, ci stava regalando una stagione particolarmente calda, al punto che i nativi stessi se ne lamentavano, fatto alquanto eccezionale. Come ogni giorno, il nostro cuoco François stava in cucina a preparare i pasti “francesi” della famiglia mentre sua moglie, fuori in giardino, preparava invece i pasti strettamente congolesi della loro famiglia sul piccolo braciere di ferro traforato al quale non aveva mai voluto rinunciare malgrado l’offerta ripetuta di mia madre di regalarle una cuciniera moderna con tanto di sistema elettrico, come quella che avevamo in casa noi. Non era una questione economica, loro vivevano a nostre spese in una casetta in fondo al giardino e la corrente non l’avrebbe pagata comunque. No, era… l’abitudine, la tradizione, e non c’era niente da fare. un’altra abitudine profondamente ancorata che quella donna seguiva senza mai sgarrare era l’uso abbondante, quasi esagerato, del peperoncino piccante in tutti i cibi salati. Io ero un ragazzino estremamente curioso di tutto e in particolare di cibo, e la loro cucina da tempo mi attirava come una calamita ma non avevano mai voluto farmi assaggiare niente perché temevano che l’impatto con il piccante assatanato mi facesse stare male. Era comune la storia di bambini bianchi portati in ospedale con “intossicazione” da peperoncino, ovvero incendio buccale e altro che li faceva urlare da dolore, e François aveva sempre proibito a sua moglie di farmi assaggiare i loro cibi. Quel giorno, però, appena entrai in cucina alla mattina, mi abbracciò, mi fece gli auguri e mi disse: “oggi se ti va sei ospite nostro a pranzo, ne ho già parlato con tuoi e sono d’accordo”. Ero felice come una Pasqua, finalmente avrei potuto assaggiare quei cibi proibiti che sembravano così gustosi da farmi venire sempre l’acquolina in bocca. Alle due mi presentai in giardino dove loro mangiavano seduti su dei sgabellini bassi di legno scolpito, davanti ad una tovaglia sulla quale poggiavano tutti i vassoi pieni di cibo, con al centro l’immancabile “calabassa”, la zucca svuotata e seccata al sole che conteneva il loro “pane” ovvero la polenta soda di manioca chiamata “bunga” o “bukari”. Mi diedero uno sgabello e mi allungarono un piatto colmo di carne e verdure stufate all’olio di palma, dicendomi: “buon compleanno, oggi hai tredici anni, sei un vero “bwana muzungu” (padrone bianco) e puoi mangiare i nostri cibi piccanti. Buon appetito!”.
    Beh… finì in ospedale anch’io, ma loro risero perché ormai non ero più bambino: a tredici anni ero un uomo e non poteva abbattermi il peperoncino. Non mi abbatté, anzi… appena tornato dalle cure urgenti chiesi di riprendere il pranzo lasciato a metà, e loro me lo fecero riprendere. Da quel giorno, ve lo giuro, che si tratti di peperoncino africano, asiatico, messicano o altro dei più assatanati al mondo lo mangio a morsi, con o senza pane, e sono ancora grato a François e a sua moglie, a cinquantaquattro anni di distanza, di avermi “svezzato” all’africana.L’ Africa dove sono nato e cresciuto e che abbiamo dovuto abbandonare mi è sempre mancata tantissimo, ma la porto con me da sempre attraverso il fuoco del peperoncino.

  2. silvia.moglie scrive:

    niente di avventuroso, ma un gesto di grande generosità ho riportato a casa, in volo, dal mio secondo viaggio in Sicilia. San Vito lo capo. Ogni mattina una corsa e ogni mattina una treccina alla pasticceria Capriccio. Tanto che riesco a capire quando è l’ora giusta per trovarla calda appena sfornata. Prima di partire ne chiedo due, saluto e mostro a voce alta la mia dedizione a quelle favolose (non posso chiamarle brioches, che noi in romagna le chiamiamo tutte brioches)
    treccine. La proprietaria mi chiede di aspettare, va in laboratorio e se ne torna con un vassoio in confezione volo di treccine. Buon ritorno. A san vito.
    Non ha voluto null’altro che un grazie. E io non vedo l’ora di tornare a San Vito, in Sicilia, fra gente che adoro.

  3. sicuramente la Sicilia! granite di gelsi, involtini di pesce spada, pane e pannelle, sfincione nel mercato…. ma ahinoi non siamo riusciti a mangiare pane e milza! sì siamo andati nella focacceria san francesco, lo abbiamo preso pure il paninazzo…ma poi c’è mancato il coraggio :)
    al ritorno siamo ripartiti con la valigia piena di pistacchi, cioccolato di modica, capperi e … una dipendenza cronica da involtini di pesce spada palermitani ^_^

  4. Sara scrive:

    Ciao Maricler,
    peccato non poter postare una foto, ma la potete vedere sul mio blog http://feisfood.blogspot.com/2012/02/cibi-strani-dal-mondo.html...
    Ieri sera al “Hot in a Pot” qui ad Hong Kong ho mangiato l’HOT POT… La versione cinese della nostra bourguignonne, che prevede un tavolo_una piastra ad induzione al centro_un pentolone pieno di brodo/aglio tritato/erba cipollina/tofu_i commensali intorno muniti di schiumarola e bacchette.
    In questo pentolone tuffi a bollire varie portate crude, dalla semplice lattuga, alla carne di maiale, ai funghetti, alle pannocchie… Fino ad arrivare ai testicoli di pollo (e fino a quel momento non mi ero posta mai la domanda.ma i polli li hanno? no perchè ad un gatto alzi la coda e li vedi… ma ad un pollo??) ed alla TRIPPA NERA, che sembrava più la lingua rasposa di un gatto che alla nostra bianca bella e buona trippa con fagioli.
    Buono più o meno. Consistenza gnecca, gusto inesistente e poco invitante alla vista. Di sicuro effetto per una borsetta o un bel decoltée! :)
    Sara

  5. Il mio itinerario gastronomico è accompagnato da foto,inserisco il link,sperando che vada bene lo stesso:
    http://antonella-cucinarechepassione.blogspot.com/2010/08/padulaoriganosole-e-montagna.html
    Interessante e ottima iniziativa questo contest!Felice giornata e a presto

  6. emidio mansi scrive:

    Ero indeciso se raccontare uno degli itinerari in paesi “particolari” tipo India o Sahara tra Egitto e Libia in cui abbiamo imposto ai due poveri bambini l’esperienza gastronomica della cucina (vera) del territorio oppure l’ultimo fatto senza figli (o meglio con mia moglie in cinta).
    Visto il San Valentino opto per l’ultimo, in macchina sud della Francia e nord della Spagna. Ai tempi avevo una station wagon e l’itinerario era fortemente focalizzato sulle tappe gastronomiche che il territorio offriva, con l’obiettivo di tornare con l’auto piena. Si parte dalla Provenza, giro per ristoranti mirati per provare i cibi di zona e luuuuungo ed approfondito studio del terroir dello Châteauneuf-du-Pape. Somma soddisfazione, maccina piena al 30%!
    Si passa poi ai paesi baschi francesi, in particolare nel valico del camino del santiago, dove i formaggi ed i salumi erano, a mio modestissimo parere, superiori a quelli dei baschi spagnoli, piu’ famosi. Parere confermato dal giro. L’auto inizia ad assorbire gli odori dei cibi…
    Finalmente in Spagna, l’obiettivo numero 1 e’ la zona cantabrica, dove oltre alle conserve di pesce (ed alle mangiate di pesce fresco) la macchina si riempie di formaggi, in particolare il picon bejes diventera’ nostro compagno di viaggio per i successivi 15 giorni. E’ difficile spiegare olfattivamente il risultato…
    La vuelta e’ in galizia, dove a La Coruna una cena di alici fritte, frutti di mare fu ingenuamente innaffiata di albarino, un fresco e leggero vino bianco: livello di difficolta’ massimo di uscire dalla citta’ dopo la profonda innaffiata di vino (ai tempi non c’erano navigatori…)
    Si taglia per il centro con i suoi salumi fino all’ultima tappa prima di prendere la nave: Barca! Non mi dilungo sui prodotti catalani ma con la macchina ormai piena di vini ed ogni bene commestibile, puzzolente come poche cose, fu il momento di chiudere il viaggio e la nostra vita da “fidanzatini” senza figli con una maestosa cena da El Bulli. Era il 2002, Ferran era in crescita ma non ancora famosissimo ed era in cucina.
    Al ritorno ho cambiato macchina… :-)

  7. Chi scrive:

    Ogni sorta di plasticherie giapponesi… Caramelle fosforescenti ai gusti improbabili… Zucchero filato in bustina, versione pocket, all’uva frizzante… pesciolini essicati in mono porzioni di pacchi famiglia stile Fonzies…. Questo e’ il Giappone e i suoi negozietti 7su7, 24su24…. Ma anche la pannocchia arrostita presa al baracchino sul monte Fuji e gli spiedini multicolori di dango cucinati da improbabili vecchietti ovunque (dal mercato di Kanazawa alle piazzole degli autogrill)..

  8. marco scrive:

    Uno dei viaggi gastronomici più interessanti è stato il mio viaggio in Albania. Ero partito pensando che, poiché non avrei mangiato granché, avrei probabilmente perso quei due-tre chiletti che mi zavorrano e che mi fanno sempre arrivare sconsolato alla prova-costume estiva.
    Con grande sorpresa ed immenso piacere ho trovato una cucina ottima, fatta soprattutto di genuinità e semplicità, una fusione di sapori e di cucina mediterranea (ricordi di cucina turca, greca e italiana). In altre parole, la frutta con sapore di frutta, zuccherina e profumata, le verdure decise e la carne succulenta…

  9. La Cri scrive:

    La prima cosa che mi sono regalata quando ho inziato a lavorare è stato un viaggio, e da quel momento non ho più smesso. Non c’è nessun Paese in cui non abbia sperimentato qualcosa pur essendo vegetariana da molto tempo. In un piccolo bar di Grao de Gandia ho provato il miglior “Bocadillo de tortilla de patata” e lo stucchevole “Café con leche” (il latte è condensato quindi dolcissimo). In Grecia ho assaggiato melanzane saporitissime, in Sardegna gli unici pomodori degni di questo nome. In America così come a Londra ho provato cucine etniche di vario genere, dal thai al messicano, fino all’ordine errato di una “pizza with pepperoni” che era con il salamino piccante e cho ho ceduto al mio compagno di viaggio. A Vienna ho bevuto una buona cioccolata calda ma in definitiva potrei suggerirvi almeno tre bar a Torino dove l’ho trovata migliore però spesso anche l’atmosfera fa sembrare il cibo migliore…

  10. Cinzia scrive:

    Non ho viaggiato tanto, e come leggo dai commenti qui in alto ci sono sicuramente esperienze gastronomiche più interessanti della mia. Però mi ricordo ancora il viaggio studio a Londra, ospite in una famiglia londinese: ricordo che rimasi scioccata la prima mattina al mio risveglio, quando per colazione trovammo un bidone pieno di latte (un bidone come quelli che noi usiamo per la benzina), una scatola di cereali enormi, pancarrè e del burro giallissimo tipo Simpson. E del prosciutto cotto. All’inizio pensavo di fuggire, io ero abituata al caffè e alle merendine del Mulino Bianco, non a quella mucca trasformata in colazione. Ma la mattina mi sveglio con la fame, e feci colazione. Ricordo benissimo quel sapore grasso, avvolgente, pieno, una colazione latticinosa come non l’ho più trovata da nessuna parte.
    Grazie per avermici fatto ripensare!

  11. Anna scrive:

    Ero in viaggio di nozze in Indonesia, e stavo tormentando mio marito perchè riuscissimo a trovare un posto dove assaggiare il Babi Guling, un piatto della tradizione indonesiana composto da maiale dalla testa ai piedi, in realtà questo era tutto quello che sapevo di quel piatto, di cui avevo letto e di cui mio fratello, amante del nobile animale come me, mi aveva parlato.
    Durante la prima parte della vacanza non l’abbiamo trovato da nessuna parte, l’Indonesia è un paese mussulmano quindi sarebbe stato impossibile trovarlo in qualunque isola se non a Bali, unica isola induista. Torniamo a Bali per uno scalo di 3 ore e decido che non posso partire senza averlo provato. Usciamo dall’aeroporto e trascino mio marito a parlare con 10 taxisti finchè uno ci promette di conoscere un posto dove fanno il miglior Babi Guling di Denpasar. Arriviamo finalmente in questo baracchino dove nel retro su qualche tavolino di plastica gente del posto stava pranzando. Davanti a noi un’immenso bancone con più di dieci vassoi coperti da coperchi, e sappiamo che li sotto c’è finalmente il nostro maiale dalla testa ai piedi! Chiediamo con gli occhi pieni di gioia 2 porzioni complete di Babi Guling ed ecco cosa ci arriva: maialino da latte laccato ripieno di riso e spezie di cui ci propongono piedini, sella, cotenna croccante, polpettine, cervella, spiedini di intestini, salsicce, sanguinaccio e una zuppetta con tutte le frattaglie rimaste fuori dall’elenco, il tutto accompagnato da riso e verdure. Una vera delizia per gli amanti del maiale, mi sono fermata solo quando nella zuppetta ho raccolto col cucchiaio un bulbo oculare…forse così è un po’ troppo….
    Grazie a Niccolò che mi asseconda nelle mie peregrinazioni gastronomiche!
    http://www.babiguling.com/
    http://www.youtube.com/watch?v=beS8GrYAoAk

  12. marilisa scrive:

    Ogni viaggio intrapreso porta con sè innumerevoli ricordi di esperienze, che per me coinvolgono tutti e cinque i sensi: centinaia di foto scattate in angoli di mondo che ti incantano,suoni di canti popolari e voci di mercati, profumi di spezie, di alberi di fico e di mirto,sensazioni tattili di oggetti svariati, di acqua , di sabbia e naturalmente mille sapori unici di frutti o pietanze.Non sono in grado di prediligerne qualcuno in particolare poichè ogni scoperta di un sapore nuovo è per me una tale gratificazione che entra a far parte della vita, per me l’umanità e le sue creazioni, anche culinarie, sono il vero patrimonio da custodire…Data questa premessa, da piemontese legata a tradizioni “terrestri” devo confessare che il ricordo di svariate qualità di pesce cucinato con maestria e semplicità nel Salento pugliese, ancora mi porta in paradiso, e che dire delle ostriche di Cancale (3 euro la dozzina) o del baccalà portoghese proposto in decine di varianti, o dei panini con le aringhe e cipolle crude di piccoli chioschi olandesi, o la burrida e gli spaghetti ai ricci di mare di S.Antioco…Fuori c’è la neve,montagne di neve e pensare al mare e ai doni che il mare ci offre ora è davvevo una fuga ,un viaggio nel ricordo e nella fantasia…per ora.
    Termino tornando al discorso dei cinque sensi, confessando l’ altra mia passione : quella del caffè al bar , un magico viaggio che comincia deliziando la vista scoprendo i vecchi e preziosi arredi nei caffè storici,procede con l’aroma intenso del caffè che si diffonde mentre scambi due chiacchiere con un ‘amica o un barista simpatico,continua poi manipolando le tazzine (che adoro in generale, specie quelle con la base piccola come quelle della nonna )e il suono del cucchiaino che si posa sul piattino. Infine il primo sorso che ne rivela la qualità e lascia o meno un buon ricordo…ah i bar di Napoli ! sono davvero una garanzia…

  13. Franceschina scrive:

    Di viaggi non ne ho fatti pochi, ma sicuramente il miglior tour gastronomico e non in assoluto è stato da bambina con i miei genitori durante un viaggio di lavoro nello Yemen. 2 mesi di full immersion in una cultura piena di meraviglie, cose terribile e magnifiche contraddizioni. Il Paese delle Meraviglie dello Sheraton si Sana’a con la sua buonissima cucina internazionale che faceva a pugni con la tremenda povertà che iniziava nella strada di fronte. Un mondo incomprensibile per un bambino, forse sopportabile solo per l’innocenza di chi ha 7 anni e non conosce niente del mondo. Sono passati 20 anni ma mi ricordo tutto: gli odori, i colori, i sapori, i rumori.. ma sopratutto gli odori. Il Souk con la carne tagliata a pezzi lasciata sulle pagine di giornali con fitte scritte in arabo, circondata da mosche, persone e animali. Le sporte piene di spezie dai colori che riempiono gli occhi, i bambini che cercano le caramelle e i pastori con le loro pecore.
    Il ricordo più vivo è quello di una cena passata a casa di clienti di mio padre che ci hanno accolto in questo salotto dove c’erano dei cuscini su un tappeto e un tavolino apparecchiato: mangiare in salotto per una bimba che non ci ha mai potuto portare nemmeno le patatine era un sogno! Tutti seduti a terra con dei tozzi di pane in mano, senza posate, a mangiare con le mani dal pentolone la Salta, piccante zuppa yemenita, condividendo un solo bicchiere e potendosi soltanto profumare le mani a fine pasto senza lavarle. Forse troppo per un bambino che non capisce perchè la padrona di casa mangi da sola in cucina e abbia l’età per giocare con le tue bambole. Non so se da adulta potrei tornare a fare quest’esperienza senza uscirne profondamente cambiata. E’ un peccato però che le attuali condizioni di guerra e terrorismo dello Yemen non permettano ai turisti di poter apprezzare questo mondo quasi sospeso tra due secoli. Grazie Maricler, i commenti che ho letto sono dei veri e propri racconti!!! Complimenti!!!

  14. Fabio Cagnetti scrive:

    E così vuoi viaggiare per il cibo? Bello, bellissimo, ma preparati. Fisicamente, psicologicamente e finanziariamente. Fatti venire il callo del camionista, un modo è questo: fidanzati a centinaia di chilometri di distanza, percorri la strada che vi separa rigorosamente in macchina e impara l’ubicazione dei migliori ristoranti, delle migliori cantine, dei migliori artigiani del gusto lungo la via. Ma impara a guidare per lunghe distanze senza fermarti, distrarti, annoiarti. Preparati a bramare esoterici produttori di questo e quello e non trovarli, o trovarli chiusi. Porta sempre del contante con te, la cultura contadina e il POS non necessariamente si incontrano. E il bancomat più vicino può ben essere a decine di chilometri e per giunta chiuso o inesistente. Porta sempre con te il navigatore, accetta che ti farà percorrere un’infinità di strade sterrate. Nonostante il navigatore ti perderai. Abituati all’idea di fare la figura del forestiero che chiama sei volte chiedendo indicazioni, e non aspettarti di riceverne sempre di corrette o comprensibili. Quando passerai la quarta volta per lo stesso posto, senza motivo, ridi. Prendila sul ridere. Fra due mesi ne riderai e basta, non farti il sangue amaro. Quel pecorino che ami e che in città costa quaranta euro al chilo l’hai pagato dieci, in realtà ti è costato la stessa cifra contando tempo, fatica e spese accessorie, ma non importa, l’hai pagato dieci euro, ogni volta che lo assaggerai avrai un sussulto di fierezza. E’ stato bello ma non sai se lo rifarai. Porta sempre con te almeno due guide. Quando hai tempo, interlaccia le loro informazioni con quelle dei siti/blogger/amici/tweeps di cui ti fidi, specie se del posto. Quando non hai tempo prendile come Vangelo, con la consapevolezza che andrai ti porteranno in molti posti mediocri, farai un sacco di buchi nell’acqua e arriverai in qualche posto che non esiste. Sii emotivo, insegui i sogni. Se leggi di un ristorante che ti ispira, vai a caccia, anche se non hai il numero di telefono e l’indirizzo è in una sperduta zona industriale dove le vie sono lunghe quattro chilometri senza numeri civici. Se persevererai, ci proverai abbastanza volte da straniarti, e potrai solo ridere, quel posto diverrà un inner joke tra te e chi sarà stato così folle da accompagnarti. Preparati a vedere i tuoi orari stravolti da vignaioli che ti sequestreranno, facendoti assaggiare decenni di vecchie annate, invitandoti a cena e poi costringendoti al bicchiere della staffa. Mangia poco quando non sei in servizio, prendi l’abitudine di mangiare un solo piatto a casa, saporito, curato, ma uno. Fatti dei cicli di cardo mariano, il fegato è inestimabile compagno di viaggio. Incontrerai i tuoi sodali nei posti più impensati, vedrai le stesse facce dalle Alpi alle Piramidi, ti sentirai un musicista in tour o un artista circense. Non pensare che quel ristorante è caro di suo e a questo vanno aggiunti benzina, autostrada e pernottamento: vacci e basta, il 15 del mese è lontano, e se i soldi possono comprare un’emozione, comprala. Viaggiare per cibo ti pone socialmente in una nicchia, ma vedrai che si sta bene, qui dentro. E’ una cosa divertente che farò ancora, ancora e ancora.

  15. Ciao, soffro d’insonnia e proprio stanotte, sotto le coperte, mentre aspettavo che il sonno di nuovo mi rapisse, ho girovagato con i pensieri e da un flash sono passata ad un altro fino a Dominique, la penso molte volte, non che ci fosse una grandissima amicizia fra di noi, ci accumunava solo il genere di lavoro: la cuoca e l’essere mamme di due pargole, che ormai molti anni fa s’incontrarono sui banchi delle elementari. Loro venivano dal Madagascar, dove avevano trascorso un anno pieno di esperienze fantastiche agli occhi degli altri bambini e di noi mamme. Mi ricordo ancora il racconto del vostro nuotare accanto ad un delfino….., anni dopo si sono trasferite, ma ci siamo ancora viste, al suo ristorante aperto a Massa Marittima, e ancora a Firenze dove accompagnava le presentazioni per l’acquisto del Bimby.
    Ohhh.. che ricordo meraviglioso quel patè di fegati avvolto da un leggero lardo e proprio stanotte ho deciso che avrei scritto a sua figlia per, se possibile, averne la ricetta che non ha fatto in tempo ad inviarmi ed ancora racchiusa in quel quadernino nero che certamente sua figlia custudisce con amore.

  16. Sonia scrive:

    Evviva Grotemeyer!
    Mi sono trasferita nella Germania del nord da due anni e mezzo.
    Quassù ho scoperto un sacco di cose nuove e di ingredienti: tuberi, rape e erbe.
    Ho fatto sufflè di aglio orsino; insalate al forno di rape nere, bianche, rosse e svedesi (brassica napobrassica), pastinaca, topinambur; ho mangiato zuppe di scorzonera; ho conosciuto patate con nomi di donna – Linda, Laura….- ; pane con ogni tipo di semi possibile (e il più buono è con la farina di farro, mandorle e carote!).
    Ma quando vado al ristorante, o devo mangiare fuori a pranzo e non ho fatto in tempo a preparami qualcosa a casa, mi metto a piangere!
    All`inizio andavo sempre con a pranzo i colleghi, per non fare la figura dell`asociale.
    Con l`entusiasmo della principiante provavo sempre tutto. E il mio fegato e lo stomaco ci rimanevano così male, che erano sempre costretti a farsi sentire!
    Poi ho smesso di andare a pranzo con gli altri e mi sono costretta a solitari scartocciamenti di pranzi precotti. Fegato e stomaco stanno meglio, non così la mia vita sociale.
    Ho rimediato con un buonissimo rimedio: il dolce del dopopranzo! Quassù mangiare i dolci verso le tre e mezzo del pomeriggio (o più tardi col tè) è una piacevole tradizione e io non me la sono fatta scappare. Vicino all`ufficio c`è una fantastica pasticceria che fa delle torte pazzesche. A rotazione le ho provate tutte. La mia preferita in assoluto è quella più semplice e sicuramente meno bella da vedere: una torta con una profusione di frutta secca da paura!
    Evviva Grotemeyer, che mi ha riconciliato con la cucina tedesca, anche se la bilancia di casa non mi parla più!

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