Le Digital Pr nel vino: quattro esempi

Da qualche mese mi occupo di Digital Pr nel mondo del vino, e parte del mio lavoro è conoscere chi, sul web, scrive e parla di vino: l’altra parte è ideare progetti di comunicazione che mixino online e offline, e per farlo occorre comprendere i parametri i territori, le occasioni che possono destare interesse e offrire uno spunto per aggregare conversazioni.
Studio, osservo, parlo e bevo.
Qui vi voglio riportare quattro esempi che possono svilupparsi in strategie di comunicazione, o che lo sono già diventate.

Congresso AIS Torino
All’interno del Museo del Risorgimento di Palazzo Carignano a Torino, il 22 e il 23 novembre si è tenuto il Congresso AIS (categoria detestata da parecchi winelover, ma non ho ancora capito perché): sono andata con un’amica sommelier che cura la carta dei vini per il suo ristorante, e che cercava nuove etichette da inserire in carta. L’atteggiamento dei vignaioli è stato esemplificativo di quella tendenza a essere più o meno opportunisti che mortifica o premia una strategia di Digital Pr: alcuni produttori o sommelier hanno versato il vino senza proferire parola, altri hanno cambiato faccia quando la mia amica ha parlato di “minimi d’ordine”, altri ancora si sono intrattenuti in una piacevole chiacchierata senza sapere chi e perché.
Online i produttori commettono gli stessi errori: danno solo se sono in grado di calcolare il ritorno, e quel ritorno è spesso fatto di cifre. I contenuti migliori vengono invece da chi è in grado di intrattenere, di coinvolgere, di parlare all’appassionato: da chi, insomma, sa che investire il proprio tempo, essere generoso, produce relazioni che costruiscono una buona reputazione.
In questo senso, nel Congresso ha vinto Rizzi, cantina del comune di Treiso in Langa, che oltre a produrre dei Barbaresco meravigliosi, ha saputo conquistarci con la loro affabilità, cortesia e disponibilità.

Cena da Scannabue
Dopo il Congresso AIS, sono andata a cena da Scannabue con due amici che di vino ne sanno parecchio: Jacopo Cossater e Vittorio Rusinà. Nei tour per cantine, nei loro viaggi di scoperta, è emerso un dato imprescindibile, che è quello del “contatto emotivo col produttore”: a fronte di vini memorabili, la differenza la fa chi ha la capacità di raccontare la storia del vino, del territorio, di accogliere il visitatore e aprirgli le porte della sua memoria. I contenuti più interessanti sono quelli che raccontano la storia del produttore, del lavoro che c’è dietro una bottiglia di vino, e la comunicazione che ne segue si ispira a un coerente circolo che mixa online e offline: bevo quel vino, conosco il produttore, ascolto la sua storia, mi piace, mi appassiono, e la prossima volta mi ricorderò di quel vino se dovrò sceglierlo tra cento.

In Bianco
Lunedì 24 novembre, sempre a Palazzo Carignano, si è svolto In Bianco, che ha riunito produttori italiani, francesi, austriaci, svizzeri e tedeschi e i loro vini bianchi: un parterre favoloso, vini super interessanti, e tantissimi produttori presenti. Qui la differenza l’ha fatta anche il pubblico: la selezione dei vini ha richiamato winelover da ogni parte d’Italia, ristoratori con carte dei vini che da sole valgono il viaggio, sommelier tra i più curiosi. Un pubblico del genere ha avuto due effetti: rendere più vivace la manifestazione, sia per il clima che per gli scambi tra persone che si conoscevano, e dare credito all’evento. Il concetto di “influencer” nelle Digital Pr funziona allo stesso modo: per creare un dialogo intorno a quel vino, contatto blogger, giornalisti, appassionati che producono opinioni e le mostrano, in conversazioni che avvengono online e continuano offline. Le persone contattate devono avere una coerenza interna: se metto insieme kiwi e biscotti di avena, sarà difficile ottenere dei buoni risultati, perché se si imposta un tema, un linguaggio, un contesto sarà complicato spostarsi tra troppi livelli, col rischio di sminuire il contenuto e la portata dell’iniziativa.

Maurizio Ferraro e il gioco del vino
Venerdì scorso ho ricevuto il battesimo della Bagnacauda, a Scurzolengo, in provincia di Asti, al Ristorante Da Vinci: i vini proposti erano di Maurizio Ferraro, che produce vini da agricoltura biologica nel territorio di Montemagno nel Monferrato astigiano e che ha scelto un modo geniale per comunicarlo. Maurizio ha ideato “Il gioco del vino”: in una scatola che contiene quattro bottiglie ha disegnato sul retro un percorso da farsi con i dadi. Qui illustra la lavorazione del vino biologico attraverso gli errori che possono compromettere la qualità del vino: vinci punti se elimini le erbe infestanti, lo perdi se usi diserbanti. In questo modo, con un gioco per tutti, che riesce ad appassionare educando, lui riesce a comunicare il suo vino in maniera semplice permettendo a chiunque di accedere a un sapere che normalmente è complicato. La semplificazione del linguaggio del vino qui passa per un Gioco dell’oca, è o non è geniale?

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Dimenticarsi il cibo

[Spoiler: questo non è un post che scuote le endorfine, potrebbe provocare ansie]

Ieri sono tornata da Milano e ho aperto il frigorifero: olive, pezzi di formaggio, sottoli aperti da mesi, un sedano morto, e dei broccoli lessati che dovevano essere mangiati tre giorni fa. Un frigorifero inanimato, che non si rigenera da solo.
Esiste un immaginario fotonico su quello che il frigorifero promette: ingredienti rigogliosi che si assemblano da soli, ripiani abitati da cibi che hanno bisogno solo di un po’ di calore per essere ingeriti, bevande che se lasciate fuori deperiscono e che dentro, al fresco, si conservano per dissetare nei momenti bui.
Il frigorifero è la nostra dispensa del fresco, quella che accudisce una spesa di ingredienti vivi: le verdure, la carne, il pesce. È il segno, se ce ne prendiamo cura, che ci stiamo prendendo cura di noi attraverso il cibo.
Dimenticarsi del frigo è l’ultimo livello di quando ci si dimentica di sé, di quando, nell’ordine del tempo che passa, si smette di pensarsi come qualcosa di vivo da nutrire, a cui dare calore. Se fossimo sempre intelligenti – ma chi lo è? – ci accorgeremmo di dove stiamo arrivando, e lo potremmo fare leggendo la nostra storia del cibo: il primo passo è attaccarsi al take-away, quello goloso ma anche curato. Il basmati del ristorante indiano sotto casa, il sushi fatto bene, la pizza con quelle olive che ti piacciono tanto: non hai tempo per te, ma non sei ancora arrivato al punto di smettere di avere voglia di tutto. E quel cibo porta con sé un contatto umano, fosse solo perché lo porta qualcuno che bussa a casa tua, o perché sai che dietro quel piatto c’è una cucina fatta di persone.
Poi arriva la dispensa di casa, quando il desiderio di farsi felice col cibo diventa più flebile: l’esigenza diventa nutrirsi, e lo si fa in maniera monotona. Pasta in bianco, gallette di riso, barattoli di legumi. Il sapore non conta, e il pranzo e la cena sono banali risposte a degli stimoli fisici: si interrompe il legame con la  dimensione confortevole del cibo, quella che è fatta di desiderio, di gola, di curiosità.
Ogni tanto fa capolinea il junk food: patatine sul divano, cioccolata a letto, ma presto scompaiono anche quelli, che diventano una soddisfazione di cui si ha sempre meno voglia.

Dove si mette il tempo quando si smette di prendersi cura di sé? Non nel frigo, non davanti ai fuochi, non facendo una spesa sana e di stagione: si legge, si lavora, si prendono decisioni sbagliate, e si spera che tutto questo finisca presto.
Perché cucinare è il sintomo più evidente dell’affetto che proviamo per noi o per quelli a cui vogliamo bene: quando smettiamo di farlo, quando sui fuochi cala uno strato polveroso, quando smettiamo di far andare la lavastoviglie e il frigorifero non viene animato dobbiamo chiederci per quanto continuare così.
Domandarci come reagire, a cosa attaccarci, se è il momento di scuoterci: nel dubbio, oggi faccio la spesa.

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Trucchi per foodies (sì, proprio il make-up)

Chi di voi mi segue sui vari social lo sa: sono una beautyfashionblogger imprigionata in un corpo da devota alla pastasciutta.
Le mie spese mensili si dividono equamente tra cene fuori e mascara: quanto amo mangiare bene e scoprire nuovi indirizzi e prodotti, tanto sono appassionata di make-up e skincare. Il massimo del relax per me è mangiare un ottimo panino guardando i tutorial delle mie youtuber preferite (sopra tutti: Lisa Eldrige).
Qualche giorno fa chiacchieravo con Arianna Chieli del Fashion Camp, e come battuta mi è uscito: beh, sarebbe carino un workshop di trucchi resistenti all’hamburger.
Come tutte le idee malsane, ha cominciato a solleticarmi, e ho deciso quindi di scrivere un post sui trucchi che uso quotidianamente nella mia vita da foodie.
A voi!


Eccoti, lì, di fronte al tuo onigiri cosparso di wasabi, o mangiando una puttanesca dove il cuoco ha abbondato col peperoncino: se la lacrimazione è la risposta naturale, non lo è l’effetto panda del mascara che cola.
I miei due mascara del cuore waterproof che mantengono le promesse sono:
* Diorshow Iconic di Christian Dior, versione waterproof: rinfoltisce le ciglia, rimpolpandole con un effetto total black. Facile da lavorare, si può ripassare dopo qualche ora che lo indossate.
* Extended Play Lash di MAC: questo mascara ha resistito a prove impervie, separa nitidamente le ciglia e allunga. Resiste per ore, non le curva molto.
(Indicazioni utili: chi scrive ha già ciglia abbastanza folte, odia i mascara che appiccicano, ama quelli che definiscono e allungano)


Morsi, sorsi, leccarsi le labbra: il foodie in azione non rinuncia al cibo per paura di far sbavare il rossetto, e quindi?
La mia risposta viene da Yves Saint Laurent e si chiama Vernis à lèvres: una tinta per le labbra che non secca, resiste lucida per ore, non sbava, e lascia le labbra idratate. I diversi colori hanno rese diverse, quelli più chiari resistono di meno: il mio colore feticcio è il 14, che è fuori produzione (motivo per cui ho fatto scorta come una matta quando l’ho saputo).


È estate, fuori ci sono 40° ma non resisti all’idea di un gelato ed esci affrontando il caldo pur di affondare lingua e denti in quel morbido gianduia / È inverno, e nella pizzeria sotto casa i termosifoni segnano gli stessi 40° di cui sopra. Non so a voi, ma a me mi si lucida la pelle, ed è una cosa che detesto.
Ho quindi due rimedi: il primo viene da MAC e si chiama Studio Fix. A metà tra la cipria e il fondotinta compatto, opacizza la pelle e resiste a lungo. Il mio colore è il C3.5.
L’altro rimedio si chiama salviettine antilucidità, e le migliori in Italia le fa Muji.


Confesso di essere ossessionata dagli odori: per me è uno dei sensi che più mi allertano, avvicinandomi o allontanandomi da cibi, cose e persone (magari potessi allontanarli anche in metro, ma vabbè). Nel mondo dei miei sogni ci sono dispenser di Amuchina per le strade, magari vicino i camioncini di salsiccia e cipolla. Visto che come soluzione è un filo azzardata, mi limito a portare sempre con me una crema per le mani: la mia è la Crème Gourmande mains et ongles di Caudalie. Lascia una delicata fragranza, idrata e non unge.


Voi, foodies che andate ad eventi, quanti baci date e ricevete? Tantissimi! E guancia baciata dopo guancia baciata – in effetti potremmo reintrodurre il baciamano –ecco che il blush sfiorisce e quel tocco di rosa che vi dava un aspetto sano scompare relegandovi al vostro solito pallore. Da anni uso dei blush minerali che durano tantissimo, i Lily Lolo, un brand inglese che ho scoperto su YT.
La mia tonalità preferita è la Flushed, un rosa carico molto bon ton, mentre per un colorito pesca vi consiglio il Clementine.


Vi siete mai commossi durante un pranzo? Io sì: quando assaggio certi piatti, capita che il mio cuore si perda, e vaghi un una dimensione estatica in cui pancia, memoria e felicità si combinano in un sorriso ebete e in una lacrimuccia.
Ma non vogliamo certo che questa lacrimuccia ci scomponga, motivo per cui vi consiglio due eye liner che resistono a ogni bontà.
Il primo è della Eyeko, io lo compro qui. Facilissimo da applicare, ha pennino non troppo morbido e una punta sottile.
 Il secondo è in gel, della Pupa ed è il Gel Liner: da applicare con un pennellino, è nerissimo e facilmente lavorabile.

Qui terminano i miei consigli per i trucchi da foodies: vi sono piaciuti? Conoscevate già questi prodotti? Ne avete altri? Scriveteli!

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Il Riso Gallo come metafora della vita

In questo periodo tutto è una metafora della vita: il bicchiere che si rompe, la frase sul retro dei biscotti, una ricetta che viene diversamente dal solito.
Per varie questioni della vita le parole “casualità” e “destino” sono la mia copertina di Linus, e tendo a leggere quello che accade intorno, anche i gesti più asettici, come un segno di una storia che mi sta raccontando qualcosa.
È successo anche durante la visita a Riso Gallo, la scorsa settimana a Robbio (Pavia): lì, tra piccoli chicchi ed enormi macchinari, la storia del riso e della sua lavorazione si è tramutata in una traccia sentimentale, in una lotta tra l’accettazione di sé e l’ambizione a essere perfetti.

Con calma, provo a raccontarvelo.

La visita comincia dalla cascina Kyrie, una tra le più grandi dove il riso viene coltivato ed essiccato: qui, tra infiniti campi e una trebbiatrice grande come un’astronave, si coltiva il riso, che a vederlo nella terra assomiglia un po’ a una spiga, con chicchi che resistono alle intemperie protetti dalla lolla. La lolla ha una consistenza durissima, è inattaccabile dagli insetti e viene riciclata per farne piatti, lettiera o foraggio.
Cercasi lolla per gli esseri umani :-)


Una volta che il riso è stato raccolto, bisogna eliminare la lolla tramite un processo che si chiama sbramatura: quello che si ottiene è un riso grezzo, integrale, che possiede ancora tutte le farine
Mentre guardavo quel chicco che sarebbe poi diventato bianco, per piacere ai più, pensavo: quando esattamente cominciamo a formare un’immagine di noi stessi che è così perfetta da risultare irreale? Quando cominciamo a scuoterci di dosso i nostri difetti per piacere all’altro?

Via la lolla, via la farina, ed ecco il chicco che viene passato su vari setacci, con un passaggio umano, meccanico e infine digitale: i chicchi non possono avere più dei due terzi di superfice striata da macchie, e tocca individuarli e scartarli.
Insieme al riso prodotto dalla Riso Gallo, la materia prima viene acquistata alla Borsa del riso o da determinati agricoltori, il tutto controllato dall’Ente nazionale Risi.

Mentre assistevo all’infinito lavoro di selezione e controllo, all’intreccio di prodotto e marketing, ho intercettato l’energia che c’è dietro ogni singolo chicco, quando a produrlo e lavorarlo è un’azienda che per molti versi è rimasta familiare: parliamo di numeri impressionanti, ma anche di un padre e tre fratelli che volendo commercializzare il riso hanno scelto di farlo mettendo sul mercato la migliore qualità che avevano a disposizione.

Gli intenti ci rendono sempre migliori di quelli che siamo: ci danno una direzione, ci donano la forza di uscire dalle strettoie, ci rendono appetibili.
Anche nei momenti bui, ci vorrebbe sempre l’immagine di un galletto energico a ricordarci chi vogliamo diventare.
[Detto questo ringrazio la Riso Gallo per aver soddisfatto la mia nuova mania: la pasta di riso, che loro fanno con mais e grano saraceno. Già testata a pranzo, buonissima]

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Moonshot, o della Foodie Geek Dinner di Bari

Qualche giorno fa ho sentito per la prima volta, da Riccardo Luna, l’espressione Moonshot: la parola, che viene dall’allunaggio, indica cose incredibili fatte dagli uomini, e l’attività di “seguire sogni apparentemente impossibili”.
È lei, ho pensato. È questa la parola che cercavo da tanto tempo per descrivere la Foodie Geek Dinner, e in genere la mia attitudine alla vita.
Io e Francesca non siamo arrivate sulla Luna, ma siamo partite da una città e da una birra e abbiamo creduto che un sogno fosse possibile, e ci abbiamo provato.
La domanda che a Bari, il 18 ottobre scorso, durante la tappa pugliese della FGD, ci hanno fatto più spesso è stata: come è nata la FGD?
Molti ci hanno detto: sai, io vorrei organizzare qualcosa di simile, ma mi prenderebbero per matta.
Quello che abbiamo risposto è stato: parti da un sogno piccolo, e lavora. Un passo alla volta, niente sarà mai perfetto, ma se è quello che ti piace, non ha senso metterlo via.

La tappa di Bari all’inizio è stata difficile: la prima volta con una logistica così complicata perché lontanissime da casa, in una regione e una città che non conoscevamo benissimo, partito lentamente rispetto agli altri eventi – anche se alla fine è stata la tappa dove più di tutti le persone ci hanno aperto il cuore. In mezzo, stravolgimenti di vita, di case, di futuri.
Nel mentre la voglia di far stare bene le persone, di accoglierle, di nutrirle: la FGD non è una cena, ma è un evento dove le persone giocano col food, chiacchierano in un clima informale, mangiano del cibo buono, stanno bene.


Tutto questo va creato, e per farlo tocca:
1. Trovare collaboratori che lavorino bene e che abbiano cura per le cose. Noi abbiamo trovato il team del Frulez, e non poteva esserci scelta più felice

2. Immaginare un tema che sia coinvolgente, e abbiamo scelto Un insolito street food - visti i menu direi che è piaciuto :-)


3.
Creare piccole attività che permettano di fare gruppo, e che siano sorprendenti: abbiamo pensato a un angolo tatuaggi – ad acqua – che ognuno potesse farsi, e per lenire il dolore abbiamo disposto dei Chamallows Haribo che i partecipanti hanno gustato un po’ come alle giostre.


4.
Creare uno spazio unico per quella sera, che lasci un ricordo alle persone, che dica “ei, questa è una sera speciale per te”: ecco che il Frulez con Cirio ha creato cuori fluttuanti, piantine in vasi rossi e blu, e sparso un po’ d’amore tra le mura del locale.



5.
Collaborare con aziende che abbiano voglia di comunicare in questo modo: social, informale, ironico. Grazie a Cirio, Visto Che Buono, Lavazza, Ford, Salumificio Santoro, Haribo, Gribaudo, Guardini, Tablecloths, Tucano, Ferrarelle, Agricole Vallone. Grazie ai Web Media Partner della serata: Instagramers Puglia e Gnammo.


Qui potete vedere quasi tutte le foto, e a breve pubblicheremo un video del nostro Street Food Tour con Ford e #tourneoexperience (sì, quello in cui commentavate: ma state sempre a magnà? #èperlavoro).


E ora?
Ora questa domenica ci trovate al Salone del Gusto alle 17 al Caffè Letterario insieme agli Gnam Box per un incontro dal titolo “Dal foodblog all’invito a cena. E viceversa”: noi parleremo proprio della Foodie Geek Dinner, se avete domande o curiosità vi aspettiamo!

E poi ancora?
Il 27 novembre torniamo a Torino, ma questa è un’altra storia.
Anzi no, è la storia di Torino-Luna andata e ritorno.

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Il #WebCheVorrei – sulle polemiche online

Quando abbiamo aperto questo blog, nel 2006, ci preoccupavamo poco dei toni e delle critiche: scrivevamo recensioni sarcastiche e molto negative, tuonavamo contro la pubblicità sui blog.
Ci schieravamo nettamente, diciamo.
Facevamo anche foto del cavolo e pubblicavamo ricette insulse, se è per questo.

Nel 2014 non faremmo nulla di tutto questo, e qui ci metto in mezzo quella che è la nostra professionalità e anche una certa attitudine: il mestiere del recensore implica temperanza nei confronti delle stroncature, il lavoro della Pr comporta un atteggiamento amichevole e accogliente nei confronti di opposte tipologie di persone, e noi come blogger preferiamo guardare e indicare ciò che è utile per gli altri piuttosto che l’esempio da deridere.

Più o meno sui social l’atteggiamento corrisponde: dico più o meno perché lì siamo più istintivi, ma comunque cerchiamo di tenere sotto controllo tutti quelli che sono gli umani sfoghi contro le scocciature della vita, cercando di esternarle meno possibile, o al massimo di farlo in toni ironici, per non drammatizzare quegli spazi di incontro con persone che possono essere amici, clienti, colleghi che a loro volta su quegli spazi cercano una condivisione e una buona dose di piacevolezza.

Nell’ultimo mese mi è capitato spesso di imbattermi, nella timeline di Facebook, in polemiche lunghe, articolate, corali portate avanti da blogger di diversi tipi: contro la fuffa del viaggio in California, contro le agenzie che vogliono comprarmi con un pacco di farina, contro gli uffici stampa che confondono giornalisti con i blogger, contro le associazioni di blogger (Aifb e bloggalline), contro contro contro.
Alcune le ho seguite, di altre ho sorriso, alcune mi hanno infastidito, a quasi nessuna di queste ho partecipato per la mia ossessione della neutralità.

Nel web che vorrei le polemiche hanno un senso (e non sto dicendo che quelle sopra sono tutte insensate), e qui tento dei criteri che caratterizzano quelle critiche che sono sfoghi e di cui mi sbarazzerei come di un pelo di asino con un cerino.
Sì, è un elenco pensato in un impeto di naiveté, di quelli che appartengono a quei giorni in cui chiudi gli occhi e nella tua testa c’è un unicorno che sta preparando una Sacher per te e i tuoi amici: oggi però va così, e me la godo.
Possiamo chiamarlo quindi:
* Elenco delle polemiche che vedo sui social e me ne fottesega
o anche, in maniera più polite

* Elenco delle polemiche umane che rendono il web un posto peggiore

Ed eccole qui, aggiungete se ne volete:

1. L’obiettivo è la tifoseria.

Sono quelle polemiche che sono annunciate da una presa di posizione che posiziona chi inizia la polemica in una certa categoria: “io che faccio parte di… allora sono contro” o anche “per me che sono così… tutto questo non ha senso”. Sono enunciazioni di principi, la maggior parte delle volte, che fanno di noi persone più nobili di quello che siamo. Lo so, lo faccio anche io, lo sto facendo anche ora. È un chiamare a raccolta i propri simili, e qui la differenza la fa l’obiettivo: dare una mano a qualcuno, dare addosso a qualcuno. Ecco, dirsi migliori + cooptare gli accoliti con una chiamata la cui risposta presuppone dirsi migliori a loro volta + usare questa miglioranza per sminuire una o un gruppo di persone = avere bisogno di un gruppo per ergersi dove da soli non si sa arrivare.
Ci serve seguire i tuoi tifosi? O crearne? Io dico di no.

2. Riguardano una diatriba tra te e un’altra persona ma non fai il nome.

Lo sapete meglio di me: il web, e i social, sono pieni di luoghi dove c’è una persona che indica l’azione scorretta, infida, meschina, brutale di un’altra ma la direzione del suo dito termina in un cono d’ombra. Non si fanno nomi, e il non detto crea centinaia di non luoghi dove abitano questi cattivoni che qualcuno ha capito chi sono e altri lo sospettano.
Le persone partecipano comunque a queste esternazioni surreali, perché spesso hanno la forma di status che rimandano a un rancore comune, popolare, compreso da molti: ed è subito fila alle Poste.
Altri sanno di cosa si sta parlando, e partecipano con altrettante risposte criptate, scambiandosi pizzicotti e gomitate virtuali che fanno sogghignare solo loro. Che barba, che noia.

3. Sono il sostituto di una soluzione che ignori.

Sui giornali, i siti, le testate che rubano le foto di blogger abbiamo visto scorrere secchiate d’inchiostro. Se dieci anni fa qualcuno avesse rubato una foto dal nostro blog, avremmo chiamato nostra madre e ci saremmo sfogati con lei. Oggi apriamo Facebook e insultiamo quello e quell’altro. Certo, molto umano, ma perché non cercare una soluzione efficace, o una mano, invece che scrivere righe assatanate che non servono a nulla? E poi: siete sicuri che sia solo colpa loro?
Che tipo di licenza avete sul vostro blog? Avete tentato già tutte le strade? Avete fatto una ricerca per capire come chiedere un rimborso?
Non so: magari ti sfoghi, cerchi una soluzione e la trovi. Ma hai mai pensato che potresti trovartela da sola?

4. Sono sempre le stesse tutti i giorni.

Come in Golconda, ogni mattina c’è chi si lamenta della stessa cosa: il proprio capo, i propri dipendenti, i clienti, la mensa. Una sempiterna litania che non ottunde le parti attive delle sinapsi ma anzi le stimola come nervi scoperti con quotidiane iniezioni di fastidio.
Non possiamo certo tutti essere ottimisti, o positivi, ma fare del proprio pessimismo e disamore verso l’umanità un dialogo da portare avanti sui social sperando che a qualcuno interessi o che voglia partecipare, beh, mi sembra illusorio.
Spesso seguiamo o “diventiamo amici” di persone con cui non abbiamo un rapporto di stima o di affetto: quello che ci lega sono stimoli, scoperte, dibattiti. Perché dovei continuare a seguire una persona che sa darmi solo negatività e pure in dose reiterata?

5. Sono contro una categoria.

Anche qui dichiaro la mia colpa: ci sono uffici stampa che prenderei a randellate.
C’è quello che non segmenta la propria lista e ti manda gli inviti per un evento a Cosenza anche se abiti a Torino – e magari ti chiama per chiedere conferma; quello che ti chiama da un numero sconosciuto come il peggiore esattore che vuole rimanere anonimo; quello che ti manda comunicati sugli orologi a Cucù da anni e non ti rimuove dalle liste nonostante glielo abbia chiesto in ogni lingua. Quelli che ti mettono in cc insieme a 200 persone.
Cose che si possono fare prima di inveire contro di loro: chiedere di cancellarsi dalle liste, se non vi interessa; dare un suggerimento, per migliorare il loro lavoro e renderlo utile anche per te; metterli nello spam, se, dopo dieci richieste di eliminarvi dalla mailing, continuano a scrivervi di cose che non vi interessano. Azioni private che servono a ottenere lo scopo che vi è utile, senza per questo includere negli sfoghi professionisti che quel lavoro lo sanno fare e anche benissimo.

Non è un elenco completo, ma credo che le parole funzionalità, equilibrio, supporto che fanno da sfondo alle parole di cui sopra possano disegnare un web migliore e più interessante di quello che vediamo ogni tanto.
Se vi va, scrivete la vostra con l’hashtag #webchevorrei.

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La cena della #miglioreannata: il progetto e il racconto

Mercoledì 1° ottobre al Devero Ristorante, alla tavola di Enrico Bartolini, si sono riuniti 8 blogger e 8 produttori, per una network dinner organizzata da Itaca Comunicazione in collaborazione con la sottoscritta.
Il post di oggi riguarda quindi il mio lavoro, ma anche: come nascono le idee, il vino, le persone il cibo.

La domanda da cui siamo partiti è: qual è il modo più immediato e condivisibile di raccontare il vino?
La risposta secondo me la sapete già, e qualcuno sbufferà pure: le storie.

Perché era importante trovare una storia?

Chi di voi beve vino come appassionato, che non lo fa di mestiere – per “obbligo” professionale diciamo, affida le sue scelte di acquisto a fattori che raramente sono tecnici (la descrizione, la scheda, la provenienza): sceglie quel vino perché lo ha bevuto quella volta in compagnia, perché ne ha sentito parlare da un caro amico, perché conosce il produttore.
Tutti elementi che sono quindi legati a un’esperienza, spesso di condivisione.
Una storia ha esattamente questo scopo: introdurre il racconto di un’esperienza legata al vino, che sia quella di chi lo consuma o quella di chi lo produce.

Cosa aveva di particolare questa storia?

Troverete diverse storie che riguardano solo una parte, quella di chi fa il vino: l’obiettivo per me, in tutti i progetti, rimane invece creare una relazione, facendo quindi parlare entrambi i soggetti, in breve tempo e in maniera pubblica (con attività che permettano di vedere quello che succede alle community dei blogger coinvolti).
Il principio che sta alla base di questa strategia è semplice: se conosci la persona che produce ciò che bevi, hai un motivo per ricordarti di quel vino, e sceglierlo per il tuo prossimo acquisto; se crei una relazione tra il blogger e il produttore, sarà questa la storia che i lettori vorranno conoscere, e gli darai un motivo per scoprire qualcosa sul produttore; la relazione, infine, rimane: più di un prodotto, di un tweet, di una foto, il rapporto umano vince sempre.

Cosa è successo in pratica?

Insieme a Itaca abbiamo invitato sette blogger / giornalisti (io ero l’ottava), scelti per la competenza, coerenza col progetto, solide e strutturate community e soprattutto la capacità di raccontare e raccontarsi: Sandra Salerno, Chiara Maci, Davide Oltolini, Teresa Balzano, Arianna Vianelli, Claudia Minnella, Adriano Aiello.
La cena da Bartolini sarebbe stata l’occasione per conoscere alcuni produttori e degustare i loro vini, “partendo non da definizioni tecniche ma da storie, la loro e la tua”.
Nelle settimane prima della cena abbiamo inviato a ognuno di loro una bottiglia con un’etichetta, chiedendogli di raccontarci la loro #miglioreannata: “un anno determinante, in cui abbiamo messo a frutto certe lezioni, o ne abbiamo imparate di nuove che ci servono ancora oggi; un anno in cui sono cambiate le circostanze della nostra vita, come il terreno sotto i piedi. Un anno in cui abbiamo voluto cambiare aspetto, per sentirci nuovi. Un’annata significativa, bella, la nostra annata migliore finora.”

Le foto e gli abbinamenti

Al ricevimento della bottiglia, gli invitati hanno scritto la loro annata, scattato una foto e condivisa: per me è stata il 2002, per Terry il 2000, per Chiara il 2014, per Sandra il 2009 e così via. Ognuno ha dato un pezzetto di sé, cosa che ha reso il web un posto più bello in quei giorni.

Le loro parole e l’annata scelta hanno fornito gli spunti per creare gli abbinamenti con il produttore e il suo vino, abbinamenti che sono stati raccontati sul blog di Itaca Winetwork e che hanno creato un legame virtuale precedente alla cena.

Non cosa abbiamo bevuto, ma: chi abbiamo conosciuto?

Il 1° ottobre da Bartolini il tavolo era un zigzag di storie. Si sono susseguiti piatti, foto, spiegazioni di quello che abbiamo bevuto, che nel dettaglio è stato:
* Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG Vigneto della Riva di San Floriano di Nino Franco (Veneto)
* Sauvignon Blanc Collio DOC Cicinis di Attems (Friuli)
* Vermentino di Sardegna Doc Tino di Mora&Memo (Sardegna)
* Chardonnay Oltrepò Pavese Doc Lughet di Berté e Cordini (Lombardia)
* Chianti Rufina Riserva Docg Lastricato di Castello del Trebbio (Toscana)
* Negroamaro Rosso Igp Salento Graticciaia di Agricole Vallone (Puglia)
* Recioto di Soave Docg La Perlara di Ca’Rugate (Veneto)
* Ron Botran Solera Maschio Bonaventura.

Come blogger ho vinto Antonio Parisi (sopra in foto) e l’abbinamento al Rum di Maschio Bonaventura, e non poteva andarmi meglio: Antonio si è dimostrato una persona deliziosa con cui chiacchierare, e la simpatia è stata immediata. Appassionatissimo di cibo, mi ha raccontato numerose storie sul mondo della produzione dei distillati che ignoravo: il suo Rum, di cui ora a casa ho una bottiglia che guardo con notevole dedizione, è superlativo. Proveniente dal Guatemala, il Botrana Solera è prodotto a partire dal succo di canna da zucchero  concentrato, e non dalla melassa: viene poi fatto riposare in quattro botti (whisky, tostate, dove hanno maturato Sherry e Porto).
Delizioso, profumatissimo, perfetto per chiudere la cena.

Chi ha già mangiato da lui lo sa: Enrico Bartolini è bravissimo, e il 1° ottobre abbiamo mangiato alcuni tra i suoi piatti più famosi, tra cui il risotto alle rape rosse e salsa al gorgonzola. Una cena perfetta.

Vi lascio qui le foto dell’Itaca Winetwork Social Dinner, scattate dal bravissimo Alessandro Castiglioni (qui sotto lui al lavoro)
Cercando l’hashtag #miglioreannata troverete altre storie :)

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Tre punti per App.etite

Sono tornata da Bologna, dal giorno e mezzo di App.etite, il convegno voluto da Stefano Bonilli per ragionare insieme di comunicazione gastronomica: mi chiedo che senso ha scrivere di conclusioni argomentando su un convegno che è stato visto e partecipato da 100 persone, dando quindi delle risposte a delle domande che i lettori di questo post non hanno visto fare.
Alcune cose non saranno comprensibili, ma vorrei provare a scriverne per lo stesso motivo per cui ho twittato durante il convegno: perché bisogna vedersi e farsi vedere dall’esterno per crescere e cambiare. E questo anche se il cambiamento ci è ostile, anche se stare in pochi è più facile e comodo, anche se crediamo di essere già bravi così.
Questo post è per chi era lì e per chi avrebbe voluto esserci, per chi non c’era e per chi non crede che il cibo sia cultura.

In breve: durante la due giorni si è parlato di editoria, modelli cross-mediali, tv, ragionando su quelli che potessero essere nuovi modelli editoriali interessanti e sostenibili, sui contenuti e formati per rendere fruibili contenuti complessi, sulla narrazione di prodotti e produttori (intesa come argomenti, ma anche realizzazione di siti attuali), sul ruolo del giornalista e della tv.
App.etite è stato organizzato da Bologna Business School e Gazzetta Gastronomica: sponsor dell’evento Ferrarelle, Pastificio dei Campi, Trinci, il Forno di Calzolari, Fabbri, Brùton, O’ fiore mio, Salumificio Villani.
Tantissimi argomenti, che si spera verranno condivisi il più possibile (Cristiano Ferrari ha riassunto la storia dei tweet su #Appetite qui, facendo un ottimo e utilissimo lavoro).
Qui di seguito i punti per me più importanti.

Primo punto: le competenze sono sopravvalutate (o sottovalutate).

È stato un incessante ripetere “bisogna acquisire competenze, occorre essere più bravi” (bisogna diventare come noi, sembrava di sentire sottofondo) ma non basta: non è la persona che più sa di cibo la più brava a comunicarlo. Se volessimo fare un paragone in altri settori, davvero ci aspetteremmo che a saperne di marketing del turismo fosse l’albergatore? Che l’autore del romanzo sia lo stesso che sappia come distribuirlo? Certo che no: a ognuno le sue competenze.
Non funziona così per il mondo della gastronomia dove i dieci giornalisti e cuochi che sanno usare congiuntivo, fotocamera e microfono sono anche quelli che vengono considerati i più autorevoli nel comunicare la gastronomia.
Sbagliato (IMHO): tra le cinquanta persone che credono che Marchesi sia una marca di biscotti e le due che conoscono tutta la geografia della ristorazione italiana, in mezzo c’è un’ampia fetta di professionisti e appassionati che comunicano il cibo a modo loro – intrattenendo, filmando, scrivendo per sponsor. Loro non sono il male, e forse dovremmo imparare a capire un po’ di più chi sono queste persone e collaborare costruttivamente con loro invece di ergerci a paladini della difesa del forziere gastronomico “perché noi facciamo cultura”.
Spesso a far passare dall’altra parte in termini di attribuzione (cioè: squalifica) valoriale sono i soldi: scrivere per la pubblicità, fare programmi che rendano felici gli inserzionisti, sono cose che rendono la persona che lavora in questo ambito qualcuno che “non sta facendo vera cultura”. Sono affermazioni strane, perché tutti quelli che erano seduti lì vengono pagati (o si spera) per il loro lavoro da un committente: un editore è più puro di un’azienda? La pubblicità non è comunicazione? Non c’è proprio nulla da imparare dall’altro? Qui il problema non è Vizzari che afferma che non si può prescindere dalle competenze, ma di chi prende Vizzari come affidabile nell’ambito della comunicazione gastronomica (cosa diversa dalla cultura).

Punto due: il mondo food deve imparare a farsi permeare da settori diversi e riconoscere la competenze in quei settori per costruire insieme un percorso di eccellenza.

Durante la due giorni ci sono stati degli interventi da persone che non erano giornalisti, o editori: docenti, autori di programmi televisivi, direttori di testate non food, pr. Alcuni pertinenti, altri sinceramente imbarazzanti come quello di Giuseppe Granieri che ha proposto uno speech di un contenuto davvero elementare. Le reazioni sono state varie: c’è chi ha ascoltato, chi ha insultato, chi si è sentito attaccato, o sminuito. Quello che per me è saltato all’occhio è stata la discontinuità di livello e di reazioni ai diversi speech, segno – per me – che chi è del settore food vive spesso nell’ignoranza di stimoli diversi da quelli del suo orto.
Sono anni che seguo, per passione e per lavoro, conferenze, corsi e incontri sui social media, sul turismo, sul marketing: da un convegno sugli “stati generali della comunicazione gastronomica” mi aspetto interventi con un livello di approfondimento più alto, e uno scambio di competenze settoriali ed extrasettoriali molto più vivace.
Quando Massimo Russo, direttore di Wired, ha esordito dicendo: non si può non aprirsi al digitale, coltivare le community, ho visto concretizzarsi, nel riverbero di certe affermazioni sentite ad App.etite, una solida arretratezza e ritrosia alla volontà stessa di comunicare.
Per molti pronunciare culatello e community insieme sembra a tratti una bestemmia, perché la vulgata alla massa sembra premettere un’azione di squalifica della qualità di un certo sapere: si crede che solo facendo divulgazione come si è sempre fatta quel sapere riuscirà a essere trasmesso. Rimane da chiedersi se il timore sia relativo alla perdita di quel sapere o del proprio ruolo.
Dall’altra parte ci sono competenze strettamente settoriali che non vengono riconosciute, come quando la tv chiede ai giornalisti food i nomi di chef da ingaggiare per i loro programmi: è una relazione che va ufficializzata, e si sta iniziando solo adesso.

Terzo punto: fate le slides, presentatevi e predisponetevi a comunicare.

Molti hanno presentato interventi scritti e li hanno letti, ed è stata subito omelia (Pignataro, Bolasco – peccato perché poi Bolasco lontano dal panel si è dimostrato tra gli speaker più vivaci e audaci).
C’è stato Petrini che ha parlato della sua insonnia per dieci minuti per poi continuare il suo intervento con un tono e degli argomenti che risultavano incomprensibili per chi non ha già una certa dimestichezza col suo eloquio delirante.
Ci sono stati Antonio Tombolini, Gabriele Zanatta, Ryan King e Cathy Hughe che ognuno col suo tono hanno esposto in maniera più o meno ordinata spunti, informazioni pratiche, esempi con speech belli, da usare e gli ultimi due con slides chiare e comprensibili.
La mia posizione è semplice: se sei sul palco, sei lì per trasmettere qualcosa. Che vuol dire adottare un linguaggio che gli altri comprendano. Parlare non per impliciti ma con obiettivi. Essere pertinenti e puntuali.
Questo significa anche presentarsi e presentare: ogni volta che qualcuno pronuncia un “xxx non lo presento perché lo conoscete tutti” un non addetto ai lavori muore. O un addetto intelligente si ribella, fate voi.
A questo convegno sono stati invitati anche studenti appassionati: ci sono stati, hanno seguito tutto?
Mi piacerebbe in futuro che tutti, entrando in quest’aula, capissero chi sta parlando di cosa, senza necessariamente dover “conoscere”.
Possiamo farcela?
Lo sapremo alla prossima edizione di App.etite, con un auspicabile streaming.

 

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Festa della Rete 2014: le considerazioni dense del ritorno

Questo weekend siamo stati a Rimini, alla Festa della Rete (ex Blogfest).
La premessa è: l’evento mi piace, perché riesce a contemperare lo spessore della maggior parte dei panel con un clima da cazzeggio da gita liceale.
(Il che spiega anche perché mi sono cosparsa di trasferelli a forma di pesciolini per ironizzare sulla Rete)

Il dato impressionante è il numero di blogger professionisti che c’erano a moderare: non parlo di chi guadagna dal proprio blog (anzi, sono sempre più convinta che la via sia quella di tenere le collaborazioni fuori dal blog), ma di chi, acquisendo competenze parallelamente al suo blog, riesce a campare di quella che prima era una passione amatoriale.
Un’altra considerazione è che quando hai 500 blogger con cui relazionarti capisci che quello che farà andare avanti certe persone e lascerà a margine altre è il loro valore, e la capacità di produrne: sì ai contenuti, ma anche l’umiltà di sapere che in fondo siamo persone che osservano e scrivono e che pertanto stanno sullo stesso piano di altri indipendentemente dal loro numero di followers. Persone che mettono un crostino di pane sotto un’acciuga, uno smalto abbinato a un rossetto. Poi c’è chi quella competenza l’ha sviluppata, e la sa comunicare bene. Ma non stiamo salvando vite.

Qui vi lascio delle considerazioni, alcune parecchio dense e che necessitano di essere diluite, sui panel che hanno coinvolto me e Fabrizio: riflessioni a margine, la cosa più importante che è stata detta, quella che avrei voluto dire.
Ho imparato tantissimo dagli speaker che erano sul palco: grazie a tutti!

PARLA COME MANGI

Si parlava di nuove professioni: cosa vuol dire Strategist? Nostra nonna capisce cosa facciamo? È diverso svolgere un lavoro dal nome incomprensibile in agenzia o da freelance?
Una delle cose che ho detto è: bisogna riportare il senso, e qui lo ripeto e lo ribadisco. Un senso che si attacca ai due estremi, quello del blogger e quello del professionista (pr, Strategist, account), per riportare l’equilibrio tra le parti e ridare spessore a quello che mettiamo in circolazione. Il senso passa per me da de punti:
- la grammatica, il lessico: ha senso masturbarsi pubblicamente ostentando un linguaggio settoriale anche quando la richiesta è quella di farsi capire da tutti? In senso lato: smettiamola di dire “ho cenato da Massimo” o “Silvio è un gatekeeper” in occasioni di dibattito pubblico ma anche quando c’è un gruppo di persone che non fanno il nostro lavoro.
- la visione a lungo termine di qualsiasi strategia di comunicazione: ci siamo abituati a essere circondati da instacene, instaeventi, instarelazioni. Attività che nascono e muoiono nel giro di una serata, in cui la pressione per essere visibili è forte quanto aggressiva, e di cui l’unica traccia che rimane è uno storify disperso nell’ipertwitter. Ricominciamo a ragionare. A pensare in relazione a quello che vogliamo costruire da qui a uno due anni. Alle scie di senso e alle domande che spargiamo nel settore. Abbiamo confuso troppe volte il digitale con l’effimero.

SOCIAL EATING

Favoloso parlare di social eating, facile farlo alla Festa della Rete, meno facile portare il concetto fuori da Milano o da quei palchi dove chi ha dimestichezza con lo spippolamento dei tasti sul proprio smartphone considera certi panel già sentiti. La mia esperienza con gli eventi fuori da Milano e Roma, da quelle capitali insomma dove le azioni di comunicazione da e con i blogger hanno già smosso e consolidato la necessità di vivere a pieno certi spazi online per cogliere tutte le opportunità possibili, è a tratti sfiduciante.
Persone che non rispondono alle mail, che ignorano twitter, che non comprendono le possibilità che derivano dalla rete: il lavoro da fare qui è 1000 volte più impegnativo, ora dobbiamo capire se l’unico ritorno che ci interessa è una tempestosa ondata di tweet il giorno dopo una cena o se possiamo permetterci di pensare a lungo termine. E nel frattempo formare, chiederci, osservare studiare.

PROFESSIONE FOODWRITER

Un famoso ristoratore ci disse che dovrebbe essere vietato far visitare gli Uffizi a chi non abbia ancora mangiato il panino col lampredotto. Fuor d’iperbole, se il cibo è parte della cultura di un territorio, lo è anche quello non tradizionale. L’evoluzione del gusto, scoprire cosa sarà la prossima cucina locale, accettare e spiegare l’influenza dei sapori e degli ingredienti, ma anche di piatti e ricette, dalle altre nazioni. Quel viaggio che parte dal gusto, ma anche dalla disponibilità di questo o quel prodotto, o dalle ultime richieste in fatto di salute e benessere. Il parlare di tutto questo è cultura. E la responsabilità sta in chi scrive di food, nel foodwriting. Senza prendersi troppo sul serio, con senso della misura, ma non è vero che era solo un piatto di pasta.

VINO POP

Francesco Zonin ha fatto una considerazione sensata, che ho recepito come promemoria da non dimenticare nelle mie prossime lotte con cantine che si ostinano a voler parlare in maniera complicata.
“Anche le cantine più austere possono usare un tono divertente”: è consigliabile, e la leggerezza non squalifica un contenuto di qualità.

IL LATO FOODIE DELL’EXPO

Questo sull’Expo era il panel su cui ero più scettica, per questione di interesse personale: guardo all’Expo con grande distacco, e non ho voglia di aggiungere la chiosa “in vista dell’Expo” alla mia normale attività per aggiungere valore.
I miei panelisti mi hanno fatto cambiare idea, manifestando un amore per Milano e un ottimismo in vista dell’Expo che è riuscito a scalfire la mia indifferenza. Soprattutto ho capito che se vuoi trovare delle opportunità in Expo2015, è utile avere un atteggiamento che è quello del freelance: essere proattivi, lavorare in maniera eccellente, fare rete, non aspettare a casa che il lavoro (o l’Expo) bussi alle tue porte con un’offerta per te ma creare tu stesso quell’offerta.
Questa lettura di #Expottimisti vi sarà utile.

(La sera del sabato siamo scappati da Piergiorgio Parini, al Povero Diavolo. Abbiamo completato la trimurti dei nostri chef preferiti italiani insieme a Crippa e Petza)

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Il Gastroglossario di Food Joy

Sabato sono stata a Mantova, ospite di Food Joy, il festival dedicato a donne, libri e cibo ideato e curato da Arianna Gandolfi ed Elisabetta Arcari.

Il programma del festival era strepitoso: donne da tutta Italia, ognuna con un suo spazio libero all’interno del Festival, ognuna con una sua interpretazione del cibo, e delle sue parole.
Il mio intervento era pensato come un Gastroglossario, che ho trasformato in un quiz: ho pensato che se qualcuno doveva saltare la pausa pranzo per venire ad ascoltarmi, avrebbe dovuto come minimo ridere un bel po’. E così ho ideato un quiz a cui le persone potessero rispondere per alzata di mano, anzi: per alzata di spugna.


Io stessa ho dato il mio contributo indossando questo


Per ogni parola, ho fornito due scelte e speso qualche parola.
Le persone alla fine mi sono sembrate divertite, hanno fatto qualche domanda, ma il risultato di cui vado più fiera è questo tweet


Qui potete leggere tutte le slides e qui sotto c’è il video (purtroppo la qualità dell’immagine non è altissima, ma potete sentire benissimo :)

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