Festa della Rete 2014: le considerazioni dense del ritorno

Questo weekend siamo stati a Rimini, alla Festa della Rete (ex Blogfest).
La premessa è: l’evento mi piace, perché riesce a contemperare lo spessore della maggior parte dei panel con un clima da cazzeggio da gita liceale.
(Il che spiega anche perché mi sono cosparsa di trasferelli a forma di pesciolini per ironizzare sulla Rete)

Il dato impressionante è il numero di blogger professionisti che c’erano a moderare: non parlo di chi guadagna dal proprio blog (anzi, sono sempre più convinta che la via sia quella di tenere le collaborazioni fuori dal blog), ma di chi, acquisendo competenze parallelamente al suo blog, riesce a campare di quella che prima era una passione amatoriale.
Un’altra considerazione è che quando hai 500 blogger con cui relazionarti capisci che quello che farà andare avanti certe persone e lascerà a margine altre è il loro valore, e la capacità di produrne: sì ai contenuti, ma anche l’umiltà di sapere che in fondo siamo persone che osservano e scrivono e che pertanto stanno sullo stesso piano di altri indipendentemente dal loro numero di followers. Persone che mettono un crostino di pane sotto un’acciuga, uno smalto abbinato a un rossetto. Poi c’è chi quella competenza l’ha sviluppata, e la sa comunicare bene. Ma non stiamo salvando vite.

Qui vi lascio delle considerazioni, alcune parecchio dense e che necessitano di essere diluite, sui panel che hanno coinvolto me e Fabrizio: riflessioni a margine, la cosa più importante che è stata detta, quella che avrei voluto dire.
Ho imparato tantissimo dagli speaker che erano sul palco: grazie a tutti!

PARLA COME MANGI

Si parlava di nuove professioni: cosa vuol dire Strategist? Nostra nonna capisce cosa facciamo? È diverso svolgere un lavoro dal nome incomprensibile in agenzia o da freelance?
Una delle cose che ho detto è: bisogna riportare il senso, e qui lo ripeto e lo ribadisco. Un senso che si attacca ai due estremi, quello del blogger e quello del professionista (pr, Strategist, account), per riportare l’equilibrio tra le parti e ridare spessore a quello che mettiamo in circolazione. Il senso passa per me da de punti:
- la grammatica, il lessico: ha senso masturbarsi pubblicamente ostentando un linguaggio settoriale anche quando la richiesta è quella di farsi capire da tutti? In senso lato: smettiamola di dire “ho cenato da Massimo” o “Silvio è un gatekeeper” in occasioni di dibattito pubblico ma anche quando c’è un gruppo di persone che non fanno il nostro lavoro.
- la visione a lungo termine di qualsiasi strategia di comunicazione: ci siamo abituati a essere circondati da instacene, instaeventi, instarelazioni. Attività che nascono e muoiono nel giro di una serata, in cui la pressione per essere visibili è forte quanto aggressiva, e di cui l’unica traccia che rimane è uno storify disperso nell’ipertwitter. Ricominciamo a ragionare. A pensare in relazione a quello che vogliamo costruire da qui a uno due anni. Alle scie di senso e alle domande che spargiamo nel settore. Abbiamo confuso troppe volte il digitale con l’effimero.

SOCIAL EATING

Favoloso parlare di social eating, facile farlo alla Festa della Rete, meno facile portare il concetto fuori da Milano o da quei palchi dove chi ha dimestichezza con lo spippolamento dei tasti sul proprio smartphone considera certi panel già sentiti. La mia esperienza con gli eventi fuori da Milano e Roma, da quelle capitali insomma dove le azioni di comunicazione da e con i blogger hanno già smosso e consolidato la necessità di vivere a pieno certi spazi online per cogliere tutte le opportunità possibili, è a tratti sfiduciante.
Persone che non rispondono alle mail, che ignorano twitter, che non comprendono le possibilità che derivano dalla rete: il lavoro da fare qui è 1000 volte più impegnativo, ora dobbiamo capire se l’unico ritorno che ci interessa è una tempestosa ondata di tweet il giorno dopo una cena o se possiamo permetterci di pensare a lungo termine. E nel frattempo formare, chiederci, osservare studiare.

PROFESSIONE FOODWRITER

Un famoso ristoratore ci disse che dovrebbe essere vietato far visitare gli Uffizi a chi non abbia ancora mangiato il panino col lampredotto. Fuor d’iperbole, se il cibo è parte della cultura di un territorio, lo è anche quello non tradizionale. L’evoluzione del gusto, scoprire cosa sarà la prossima cucina locale, accettare e spiegare l’influenza dei sapori e degli ingredienti, ma anche di piatti e ricette, dalle altre nazioni. Quel viaggio che parte dal gusto, ma anche dalla disponibilità di questo o quel prodotto, o dalle ultime richieste in fatto di salute e benessere. Il parlare di tutto questo è cultura. E la responsabilità sta in chi scrive di food, nel foodwriting. Senza prendersi troppo sul serio, con senso della misura, ma non è vero che era solo un piatto di pasta.

VINO POP

Francesco Zonin ha fatto una considerazione sensata, che ho recepito come promemoria da non dimenticare nelle mie prossime lotte con cantine che si ostinano a voler parlare in maniera complicata.
“Anche le cantine più austere possono usare un tono divertente”: è consigliabile, e la leggerezza non squalifica un contenuto di qualità.

IL LATO FOODIE DELL’EXPO

Questo sull’Expo era il panel su cui ero più scettica, per questione di interesse personale: guardo all’Expo con grande distacco, e non ho voglia di aggiungere la chiosa “in vista dell’Expo” alla mia normale attività per aggiungere valore.
I miei panelisti mi hanno fatto cambiare idea, manifestando un amore per Milano e un ottimismo in vista dell’Expo che è riuscito a scalfire la mia indifferenza. Soprattutto ho capito che se vuoi trovare delle opportunità in Expo2015, è utile avere un atteggiamento che è quello del freelance: essere proattivi, lavorare in maniera eccellente, fare rete, non aspettare a casa che il lavoro (o l’Expo) bussi alle tue porte con un’offerta per te ma creare tu stesso quell’offerta.
Questa lettura di #Expottimisti vi sarà utile.

(La sera del sabato siamo scappati da Piergiorgio Parini, al Povero Diavolo. Abbiamo completato la trimurti dei nostri chef preferiti italiani insieme a Crippa e Petza)

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Il Gastroglossario di Food Joy

Sabato sono stata a Mantova, ospite di Food Joy, il festival dedicato a donne, libri e cibo ideato e curato da Arianna Gandolfi ed Elisabetta Arcari.

Il programma del festival era strepitoso: donne da tutta Italia, ognuna con un suo spazio libero all’interno del Festival, ognuna con una sua interpretazione del cibo, e delle sue parole.
Il mio intervento era pensato come un Gastroglossario, che ho trasformato in un quiz: ho pensato che se qualcuno doveva saltare la pausa pranzo per venire ad ascoltarmi, avrebbe dovuto come minimo ridere un bel po’. E così ho ideato un quiz a cui le persone potessero rispondere per alzata di mano, anzi: per alzata di spugna.


Io stessa ho dato il mio contributo indossando questo


Per ogni parola, ho fornito due scelte e speso qualche parola.
Le persone alla fine mi sono sembrate divertite, hanno fatto qualche domanda, ma il risultato di cui vado più fiera è questo tweet


Qui potete leggere tutte le slides e qui sotto c’è il video (purtroppo la qualità dell’immagine non è altissima, ma potete sentire benissimo :)

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Fish Bar de Milan

La zona e il sembiante condannerebbero il Fish Bar de Milan al gregge dei soliti localini leccati e modaioli. Mattoni alla newyorkese, legni e modernariato ameno, con mano evidente di un architetto in buona vena. Un bel locale, per la bella gente.
L’amatore delle questioni mangerecce è solito snobbare questo tipo di antri brillanti, ma il nome di Eugenio Boer, ex Enocratia, in cucina costringe a concedere fiducia, con in aggiunta aspettative.

Il menu somiglia al locale. C’è l’hamburger, la seduzione Thay, i taco, i frittini. Una carrellata che non ricorda la cucina di Boer, ma che se ben realizzati potrebbero rendere una tavola qualsiasi in un bell’ibrido divertente. La frittura è ben fritta, e siamo già a metà dell’opera. Varia, ma senza strafare. Come per gli altri piatti se non ci si bada potrebbe passare come un piatto qualsiasi, come in uno dei tanti nei tanti locali tutt’intorno.
Stessa sorte per l’hamburger, di pesce, ben ponderato fra pane e farcia. E patate in pentolino d’alluminio, ormai una specie di obbligo. Unici piatti sfuggenti il taco, con l’ottimo polpo annegato nelle quisquilie intorno.
Tocca ridestarsi, invece, per le zuppe. La zuppa thay dà un’infarinatura di ciò che succede là nel sud est asiatico. Piccantezza, speziatura, e tanto latte di cocco. Al di là delle semplificazioni, una bella versione occidentalizzata. Il gazpacho de Milan, più zuppa che crema, dà una versione personale di un altro standard dei locali dell’hype meneghino. Gazpacho del tipo acido, ma gentile.
Il tiramisù al matcha è un revival di qualche lustro fa, e forse là doveva rimanere. Si possono bere cocktail, a pasto, sempre per restare nella vulgata di quel certo tipo di locali. Il servizio ha scelto il taglio giovanile, e non per questo approssima. Ma giovane vuol dire giovane, tocca portare pazienza. Carta vini minima ma con qualche buon nome, specie sponda bollicine, magari d’oltralpe.

Su questo canovaccio si disegna la serata. Più che cena, un’uscita fra amici. Casual, come si diceva negli anni Ottanta. Con il plus della cucina. Chi vuole sorprese, chi vuole il Boer che aveva incontrato alla fu Enocratia dovrà cambiare aspettativa. E godersi la serata. Si può stare sotto i quaranta euro, di pesce, a Milano. Non è male.

Fish Bar de Milan
Via Montebello, 7
20121 Milano – Italy
info@fishbar.it
+39 02 62087748

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DigitalRisto: comunicare il vostro ristorante (e un appunto personale)

Qualche mese fa, grazie ai contributi di diversi professionisti della comunicazione food (e non solo), in questo blog è stato pubblicato il RistoKit: un vademecum, sotto forma di post, per i ristoratori che volessero migliorare la comunicazione del loro ristorante.
Il feedback è stato vivacissimo: tanti ristoratori mi hanno scritto chiedendomi consigli e feedback, e di questo devo ringraziare i contributors che hanno scritto i post, senza cui non ci sarebbero stati contenuti interessanti da condividere.

Ora RistoKit si evolve in DigitalRisto:
dal blog e dal web arriva in aula, sotto forma di corso.

Si chiamerà DigitalRisto, ed è un corso di otto ore per creare la propria strategia di comunicazione online nel settore della ristorazione: il corso si terrà lunedì 29 settembre a Bologna, dalle 9 alle 18.
Il prezzo è di 189 euro + iva, ma se lo prenotate entro 10 settembre il costo è di 159,00 Euro + Iva.
La quota include il pranzo, le pause caffè e i materiali in formato digitale.
Qui trovate tutte le informazioni.

A tenere il corso saremo io, Stefania Fregni e Valeria Moschet di SocialMargarita, già compagne di avventure per la Foodie Geek Dinner, e parleremo di:

•    Il mondo del Web 2.0 e come promuoversi online attraverso i Social Media.
•    Comunicare il proprio ristorante: cosa comunicare e a chi.
•    Come è cambiato il panorama della comunicazione gastronomica negli ultimi dieci anni.
•    Facebook per le attività di Ristorazione: strategia, gestione e consigli.
•    Panoramica sugli altri social network particolarmente adatti alla promozione di ristoranti e bar: Twitter/Instagram/ Foursquare/Pinterest.
•    Le relazioni con i protagonisti del food: come promuoversi e curare la propria reputazione online, dai foodblog a Tripadvisor.
•    Casi di successo in Italia e all’estero.

Ecco i tre motivi principali per cui voi ristoratori dovreste seguire il corso

1. Aprire un ristorante e non comunicarlo online equivale a non mettere un insegna e sperare che le persone, passando proprio di lì, indovinino che dentro c’è un posto dove vale la pena fermarsi: far sapere che ci siete, e dire chi siete è il primo passo per intercettare nuovi clienti e fidelizzare gli attuali;
2. Alla fine di DigitalRisto avrete una serie di competenze e informazioni per cui sarete in grado di gestire la vostra comunicazione social correttamente in maniera autonoma, senza consulenti esterni;
3. Prenderete confidenza con i concetti di reputazione e pubbliche relazioni, ossia con quell’insieme di azioni e informazioni che servono a gestire la vostra immagine e le risposte a chi, sul web, parlerà (bene o male) del vostro ristorante.

Per ora è tutto. Un ultimo appunto personale: ho pensato molto se fare o meno questo corso. Continuo a scrivere per siti e guide di ristoranti, e il mio primo pensiero è stato: è conflitto d’interessi? Alcuni ristoranti mi hanno chiesto di gestire le loro Pr, e finora ho sempre detto di no, per coerenza ed equilibrio: da sempre credo – nonostante diventi sempre più difficile – che l’equilibrio delle cose si ottenga puntando sulle proprie competenze piuttosto che sulle opportunità. Le prime servono a ottenere riconoscimenti, reputazione, stimoli: le seconde garantiscono un guadagno ma sono sensate solo se inserite in una visione a lungo termine.
Ecco, se guardo al futuro vedo esperienze e lavori che sommando introiti guadagnati, consulenze fornite e competenze spese  danno come risultato un percorso professionale coerente, razionale e lungimirante.
Formazione e consulenza sì, quindi.

Parentesi personale chiusa, ora prenotate!

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Shopping ad Amsterdam: supermercati e negozi

Dopo il food, lo shopping di Amsterdam: gastronomico prima e modaiolo dopo, con delle istruzioni per l’uso.
In fondo al post poi trovate le indicazioni sui quartieri che ci hanno colpito di più e le risorse che abbiamo consultato prima di partire.

Abbiamo visitato principalmente le tre catene di negozi / supermercati che ad Amsterdam vendono prodotti di qualità o hanno offerte gastronomiche culturalmente interessanti (vedi il Bilder & De Clerq): in tutte e tre la sensazione era di funzionalità senza troppi orpelli. La disposizione delle merci, la selezione di prodotti, l’illuminazione, la disposizione delle casse e l’atteggiamento del personale dicevano tutti: “sì, costiamo di più ma non abbiamo bisogno di un esercito di ballerine per convincerti. E nemmeno tu ne hai bisogno, perché alla fine della giornata quello che vuoi non sono le radici dell’Everest ma un ottimo wrustel biologico con verdure essiccate. Entra, fai la spesa, mangia bene e soprattutto buona serata”.
Pochi o nessuno slogan: è il mix di cose citate sopra a fare da slogan.

Per lo shopping modaiolo la differenza più grande la fa l’interior design, che più personale non si può: chi vende gioielli, cuscini, mobili di modernariato non teme di inserire delle tracce personali in luoghi visibili del negozio. Un foglio di carta con delle sue parole, rametti di legno appiccicati alle pareti con del washi tape: il gusto di chi vende non si ravvede solo nella selezione degli oggetti ma nella totalità del negozio.
In più: moltissimi hanno un e-shop e spediscono in Italia. Questo post farà felice anche le mamme blogger :-)

SPESA | SHOPPING GASTRONOMICO

* Bilder & De Clerq
Coup de foudre per questo spazio dove gli scaffali con i prodotti in vendita sono intervallati da altri che espongono tutto il necessario per una determinata preparazione, opuscolo con ricetta compreso: ingredienti, pentole, e un cartello che indica le quantità e la spesa per cucinare quel piatto. È possibile acquistare anche solo l’opuscolo, disponibile anche in lingua inglese.
Un bancone con mattonelle celesti indica lo spazio della gastronomia, dove è possibile fare colazione o pranzare.
Il concetto “mettete tutto in uno stesso spazio, evidenziatelo con un cartello e dite quanto costa” è così efficace che non capisco perché nessuno in Italia lo faccia.
:: http://www.bilderdeclercq.nl/

* Marqt
Un ottimo supermercato di fascia alta con la selezione di Tyrrel’s più ampia mai vista. C’è un intero scaffale dedicato ai wrustel in scatola e i germogli hanno prezzi bassissimi rispetto all’Italia.
:: http://www.marqt.com/

* Estafette Biologische Eetwinkel
Buon supermercato biologico, ha diversi punti vendita in Amsterdam.
:: http://www.estafettewinkel.nl/

SHOPPING (In dichiarato ordine di apprezzamento)

* Unicorn Boutique
Da Unicorn troverete soprattutto abbigliamento per bambini: un piano e mezzo di abiti e papataci accatastati di ispirazione nord europea adatti a vestirei bambini come piacciono a me (niente rosa, niente cuccioli Disney, niente Peppa Pig).
Per le ragazze sono in vendita gioielli di designer olandesi e alcuni abitini: linee geometriche, colori dal grigio al blu al malva, pezzi quasi unici.
Unicorn è una famiglia gioviale e chiaccherina, e anche loro hanno un favoloso account Instagram.
:: Tweede tuindwarsstraat 1, 1015 RX Amsterdam
http://www.unicornboutique.com/

* Poppy’s Parade
Qui è dove ho acquistato uno splendido abito anni 50/60 pagandolo 30 euro e i tatuaggi di Tatt.ly. Aggiungo solo una cosa: hanno un e-shop.
:: Eerste Boomdwarsstraat 10, 1015 Amsterdam
http://www.poppysparade.com/

* All the Luck in the World SHOP!
Prodotti di Ferm Living + vecchie foto + account Instagram stupendo = poetica della felicità. Lo dice anche il nome.
:: Gerard Doustraat 86hs, Amsterdam
http://www.alltheluckintheworld.nl/

* Cherry Sue
Donne che amate gli anni Cinquanta, questo è il vostro regno: abiti, costumi, accessori. E proprietaria che è la copia di Peggy Sue.
:: Eerste Leliedwarsstraat 6, Amsterdam, Paesi Bassi
http://www.cherrysue.com/

* The Otherist
Insetti imbalsamati e incorniciati, vecchi teschi, occhi di vetro: qui troverete un catalogo di oggetti “altri” piuttosto divertente. Prezzi altini.
:: Leliegracht 6, 1015DE Amsterdam
http://www.otherist.com

* Brainy Days
Gioielli, borse, quaderni: tutta pura bellezza, lo avete già visto sul mio Instagram
:: Hazenstraat 53, Amsterdam
http://brainydays.nl/

* Anna + Nina
Oggetti per la casa (favolosi i piatti con i teschi), lampade, gioielli: Anna + Nina sono due negozi ed è un brand, ideato da due ragazze di Amsterdam che per le loro creazioni dicono di ispirarsi “alle cose più importanti della vita: amore, amicizia e famiglia”.
:: Kloveniersburgwal 44, Amsterdam
http://www.anna-nina.nl/

* Mint Mini Mall
Qui troverete diversi oggetti, di diversa godibilità: da prendere e portare via sono i diversi prodotti a marchio Aden+Anais per i bambini (per l’Italia li trovate in vendita su Bimbily)
:: Runstraat 27 (Prinsengracht), 1016 GJ Amsterdam
http://www.mintminimall.nl/

FONTI + QUARTIERI

Avremmo visto un’Amsterdam diversa se non fosse stato per il preziosissimo post di Elena .
In genere il nostro consiglio è di evitare il centro turistico, uguale a quello di tante città con le solite catene di negozi tutte uguali.
Abbiamo vagato tra il il Joordan, il De PiJp e l’Oud West.
Per individuare i post dove mangiare, ecco i post / blog che abbiamo scansionato il post di Myriam, quello de La diciassettesima cucina e poi: Dissapore, Globalgrasshopper, il diario di Amsterdam Foodie e di Your Little Black Book. Scoperto dopo ma sembra affidabile quello di Dutchgrub.

 

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Mangiare ad Amsterdam, e innamorarsene: il primo post

Dalle nostre foto durante la vacanza ad Amsterdam è  stato chiaro: ci siamo innamorati di questa città.

Prima di partire, la maggior parte delle persone che aveva già visitato Amsterdam ci ha detto che sarebbero bastati due massimo tre giorni per vederla tutta, “perché tanto è piccola”.
Per noi non è stato così, ma credo dipenda dal tipo di turista che sei: in vacanza, amiamo camminare. Ci piace decidere giorno per giorno, vagare senza meta, puntare un ristorante o un mercato e non sapere quanto tempo impiegheremo a raggiungerlo. Non amiamo i centri turistici, non ci sentiamo obbligati a percorrere itinerari classici o a visitare determinati musei.
Ci piace, se possibile, tornare più volte in un luogo o in un negozio che ci ha colpito.
Cerchiamo di abitare la città più che di usarla, di percorrerla in profondità e di fermarci il più possibile invece di correre solo per seminare bandierine di presenza.
Amsterdam è stata la città ideale come dimensione di viaggio, e ha avuto il merito di farci sentire bene subito nonostante vi fossimo arrivati davvero molto stressati (qui vorrei rubare la GIF di Myriam): si è rivelata una città accogliente e rilassante, ordinata ma non rigida, vivace, e amichevole, tantissimo.

Se va tutto bene, nel 2015 proveremo a trascorrerci qualche mese.

Questo sarà il primo dei due post dedicati al viaggio ad Amsterdam: in questo vi parleremo dei posti dove abbiamo mangiato (tanti), nel secondo vi daremo qualche consiglio sullo shopping (anche gastronomico ma soprattutto di negozietti che piacciono a me), sui quartieri che più ci hanno impressionato e sulle risorse che abbiamo consultato prima di partire.
Non saranno recensioni approfondite, ma solo una breve e facilmente consultabile lista.
Intanto sulla nostra pagina Facebook trovate tutte le foto del viaggio.


Colazione, caffè e dolci

* Lot Sixty One Coffee Roasters
Caffè filtrate e in infusion, cakes e muffin vegani, tavoloni di legno Instagram oriented, selezione musicale da spiaggia australiana: il nostro posto del cuore per la colazione ad Amsterdam, e anche il caffè più buono per entrambi (espresso per Fabrizio, in infusione per me)
:: Kinkerstraat 112 (Bilderdijkkade), 1053
http://www.lotsixtyonecoffee.com/

* Berryamsterdam
Tutti amano Berry, e Berry assomiglia un po’ all’amore, a partire dal gioco di parole che si trova disseminato nel menu e nel locale I love you Berry much: caffè americano, torte Berrymade, e la porta per Strawberry Earth, un team di persone che lavorano nel locale affianco e che si occupano di diversi progetti improntati alla sostenibilità.
:: Bilderdijkkade 27 (Kwakersplein), 1053
http://berryamsterdam.nl/

* Espresso Fabriek
Più che il caffè (ottenuto con la Chemex) vale la pena arrivare fin qui per la passeggiata nel complesso della Westergasfabriek, un’antica fabbrica di gas in un parco cittadino. Verde e cemento insieme senza litigare, e un bar dai soffitti alti con dei tavoli comodi per sedersi e scrivere, lavorare o chiacchierare.
:: Pazzanistraat 39, 1014
http://www.espressofabriek.nl/

* Belcampo
Il Belcampo si trova all’interno di una biblioteca, che a sua volta è dentro il De Hallen, edificio attualmente in ristrutturazione e che sembra prestarsi a negozi di design e temporanei foodmarket. Caffè nella media, carrot cake fresca e godibile: soprattutto come sopra è l’ambientazione a meritare la segnalazione. Tavoli spaziosi dove leggere o lavorare, e un soppalco con un pianoforte che ogni tanto qualcuno suona: tranquillità e spazio per tutti al prezzo di un caffè.
:: Hannie Dankbaar Passage 33
1053, Amsterdam

Ristoranti

* BAK restaurant
Questo è il ristorante che dovete prenotare, o dove è obbligatorio capitare magari a pranzo quando è possibile approfittare della luce del giorno per riempirsi gli occhi della vista dal quinto piano: sotto di voi il molo, all’orizzonte un’Amsterdam nuova e I traghetti in movimento. Cucina gastronomica, ingredienti fortemente mediterranei mescolati a erbe e pesci del nord, chef e personale giovanissimo, menu del pranzo a poco più di 30euro.
:: Van Diemenstraat 410, 1013
http://www.bakrestaurant.nl/

* Ron Gastrobar
Più buoni i gint tonic delle portate del menu. Nulla di esaltante per questo ristorante che vorrebbe essere una proposta pop dello chef stellato Ron Blaauw e che nella sostanza è un ristorante dalla frequentazione fighetta ma senza una cucina tecnicamente attraente. Svettano i piatti di carne, e il Gastrobar ha una sezione solo di BBQ: la prossima volta varrà la pena tornare e provare questa specializzazione.
Le scale per andare in bagno sono omicide, strette e ripidissime.
:: Sophialaan 55, 1075
http://www.rongastrobar.nl/

Pub

* Bar Brouw West
Questo pub era esattamente sotto casa, ma merita anche qualche chilometro per l’ottima selezione di birre. Porzioni gigantesche, hamburger con carne buonissima, patate fatte in casa. Semplice come un pub, rumoroso il giusto, nessun ripensamento notturno.
:: Ten Katestraat 16, 1053
http://barbrouw.nl/

Burger & Hot Dog

* The Fat Dog
Mettere The Fat Dog nella categoria Hot Dog è ingiusto: I suoi hot dog sono la versione più spettacolare, curiosa, interessante che abbiate mai immaginato degli hot dog. Ricette che non avrei mai concepito: wrustel di agnello con salsa alle melanzane, con alghe o con frosting croccante. Il tutto in un panino che costa circa 7 euro e che è un concentrato di solida cultura gastronomica internazionale. A capo di tutto c’è quel Ron Blaauw del Gastrobar, e che anche qui sa come preparare – e anche meglio – i Gin Tonic. Si mangiano almeno due hot dog a testa, poi da lì dipende da quanto bevete.
:: Ruysdaelkade 251 (Van Hilligaertstraat), 1072
http://www.thefatdog.nl/

* The Butcher

Hamburgeria che promette succulenza e che si rivela nella norma: panini corretti, altre preparazioni da assaggiare come le alette di pollo impanate e fritte. Buone le salse, carina l’ambientazione con piastrelle bianche. La riconoscete dall’enorme mucca appesa in vetrina, finta. Il bagno è in una porta scorrevole assolutamente invisibile perché a raso con le piastrelle del corridoio.
:: Albert Cuypstraat 129, 1072
http://www.the-butcher.com/

* Burgermeester
Se non sai dove andare, un hamburgeria verrà sempre in tuo soccorso: questo pensavo riflettendo su quanto l’hamburger sia diventato negli ultimi anni sempre più la promessa di un pasto godurioso, magari con ottimi ingredienti. Una standardizzazione ad alti livelli, diciamo. Questo del Burgermeester è la risposta a quell’attesa: pane fragrante, carni saporite, combinazioni tra il classico e sapori più internazionali.
:: Albert Cuypstraat 48, 1072
http://www.burgermeester.eu/

Da evitare

* Little Saigon
Volevamo visitare la casa di Anna Frank, ma c’era una fila di tre ore e troppo sole: abbiamo deciso di consolarci con un pranzo e abbiamo provato il Little Saigon, uno dei tanti ristoranti vietnamiti di Amsterdam. Dei piatti ordinati sono arrivati solo la metà, con tempi lunghissimi: sapori incerti e fritti dall’incessante riproposizione.
:: Zeedijk 88 (Stormsteeg)

E voi, avete mangiato ad Amsterdam? Avete altri consigli?

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Lavorare ad agosto: strategie, ricompense e Pinguini.

Questo agosto è strano.
Sulla carta, doveva essere così: ritorno dalle vacanze, carica di propositi, programmazione dei compiti e via, un mese di tranquillo lavoro.
La realtà invece è fatta di tanti sonnellini, e di ore non così produttive.
Sono ancora molto stanca (al biennio 2013-2014 va la palma d’oro dell’iperlavoro e delle relative conseguenze), e soprattutto ho voglia di essere costruttiva per attività extralavorative (e così mi sono iscritta al GSSP, a un corso di Pilates, e sto lavorando a un nuovo blog in lingua inglese).
Il cervello, insomma, è parecchio collaborativo sul lato personale e poco su quello professionale.


Ci sono però progetti da mandare avanti (di molti vi avevo parlato in questo post, altri si sono definiti prima delle vacanze e non vedo l’ora di raccontarveli), per cui sto impostando le mie giornate con degli stratagemmi: cerco di modificare la mia routine facendo magari una passeggiata al mattino, cambio postazione di lavoro, mi pongo degli obiettivi, mi do delle ricompense.

La ricompensa di questo mese ha un nome: Pinguino.

Qualche giorno fa sono andata a visitare la nuova Pinguineria, il nuovo format /punto vendita dei Gelati Pepino dove poter acquistare e degustare i loro gelati e i Pinguini, gelati su stecco a diversi gusti (Pepino ha inventato il primo gelato al mondo su stecco ricoperto di cioccolato).


Lì ho fatto incetta di ghiaccioli sorbetti di frutta su stecco e di Pinguini al caffè, e li sto scaglionando tra un lavoro e una mail.
Tre articoli, un ghiacciolo sorbetto.
Una mailing list completa, un Pinguino al caffè.
E così via.
Sono buonissimi e nello stesso tempo sono rassicuranti, perché sono gelati che rimandano subito all’infanzia: gusti semplici, copertura sottile e croccante, tanta frutta.

A settembre il mio corpo avrà la forma di un ghiacciolo (un po’ già ce l’ha :-) , ma almeno avrò portato a termine la maggior parte dei lavori.
E voi che state lavorando ad agosto, come vi siete organizzati?

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Dove trovarci a settembre: Festival della Letteratura, Blogfest, Foodwriting, DigitalRisto

Tra qualche giorno partiamo per le vacanze.
Le nostre valigie si sono animate e in questi giorni circolano per casa riempiendosi da sole: la voglia di andare via è immensa.
L’anno scorso non avevamo grandi budget, e non abbiamo viaggiato molto: quest’anno le trasferte sono state di lavoro, e siamo stati lontani l’uno dall’altro con una certa costanza.
Da una parte è un bene (ci ripetiamo sempre che l’anno in cui abbiamo vissuto separati è stato uno degli anni migliore per la nostra relazione): siamo entrambi due persone molto indipendenti, abituate a risolversi tante cose da soli, a non pesare sull’altro. C’è un reciproco, enorme, supporto di base, e un amore infinito.

Dall’altra parte mancarsi non è sempre stimolante, e ci sono stati molti momenti quest’anno in cui nella felicità di quel momento c’era un’assenza, ed era lui, o ero io. Siamo stati lontani, impegnati, siamo stati via: un po’ per crescere e diventare più grandi, per meritarci quel rispetto che col solo amore non diamo per assodato, un po’ perché viviamo due esistenze che ci piace tenere vive.
Abbiamo fatto tante scelte, e nel bene e nel male lo abbiamo fatto cercando di non viverle come rinunce ma come tasselli di una nostra crescita.

Ora potete capire che voglia che abbiamo di starcene un po’ per conto nostro (sabato andiamo a Collisioni, domenica partiamo per Amsterdam. Al ritorno riposeremo un po’ in montagna prima qui e poi qui).
E riuscite a immaginare la felicità di sapere che da settembre faremo qualcosa in più insieme: vi lascio degli appuntamenti, soprattutto formativi, dove ogni tanto a passarci microfono e parole saremo entrambi. Altre volte sarò da sola, ma conterò su di lui per farmi fare foto che testimonino cosa sta succedendo :)

* Il 6 settembre sarò al Festival Della Letteratura di Mantova, insieme a un team di donne speciali e a un appuntamento su libri, parole e cibo: insieme ad Roberta Schira Martina Liverani, Lisa Casali, Ilaria Mazzarotta e molte altre daremo vita a FOOD JOY: DONNE LIBRI CIBO, un calendario dove animeremo un angolo di Mantova tra gola, femminilità e parole.
L’evento è ideato e organizzato da Arianna Gandoli ed Elisabetta Arcari. Presto i dettagli.
* Dal 12 al 14 settembre ci trasferiamo a Rimini alla Blogfest: ci troverete all’interno dell’area food ad animare, moderare e partecipare a diversi panel. Questo sul vino, questo sulle Digital Pr, o questo sul foodwriting. Quest’anno ho dato una piccola mano sui contenuti food, insieme a Paola Sucato e Ilaria Mazzarotta.
* A proposito di foodwriting, tornano i corsi con Zandegù: il 4 ottobre a Milano nei Chiostri dell’Umanitaria, l’8 novembre a Torino al TAG.

* Prima, il 29 settembre, vado a Bologna insieme a Stefania Fregni e Valeria Moschet: ci siamo inventate DigitalRisto, il corso su Social media marketing e web reputation dedicato a chi si occupa di ristorazione.
Qui trovate le informazioni, spargete parola!
* Prima ancora, il 20 e il 21 settembre, andiamo a Bologna per chiacchierare di Nuova Editoria Gastronomica ad AlmaMBA dell’Università di Bologna in una tavola rotonda organizzata da Stefano Bonilli. (Stefano Bonilli è morto il 3 agosto per un infarto. Buon viaggio Stefano, che la terra ti sia lieve)

Poi a ottobre torna la Foodie Geek Dinner, ma ve lo racconto con calma.
Andiamo, stacchiamo e torniamo.
Buone vacanze a tutti!

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La Foodie Geek Dinner di Milano: la possibilità di una risata

Oggi è una settimana che si è svolta la Foodie Geek Dinner e trovo il tempo di scriverne.
Sono sul treno che torna da Roma, dove sono stata per la #GalleriaDelSaporeCirio.

Dal 26 giugno, non mi sono ancora fermata e non riuscirò fino al 20 luglio.
Però c’è una cosa che mi consola ed è una delle lezioni che ho imparato dalla Foodie Geek Dinner: comunque vada, anche nel turbinio degli impegni e degli imprevisti, esiste sempre la possibilità di una risata.
Come questa

Questa volta io e Francesca abbiamo collaborato poco, per questioni che la vita a volte va in una certa direzione: se da una parte questo è servito tantissimo a farmi le spalle ancora più larghe, dall’altra mi ha dato la consapevolezza che tutti i pochi momenti in cui abbiamo condiviso il punto della situazione sono stati il motore di leggerezza e gioia senza cui non saremmo andate avanti. Trovare una socia come lei, per attività piccole o grandi che siano, è una fortuna che capita poche volte.

Non conosco molti organizzatori di eventi che mettano a nudo le proprie attività in maniera così personale, ma credo dipenda dal fatto che la FGD è effettivamente una creatura fatta ogni giorno con le nostre mani e quelle di nessun altro: e poi, e questa è un’altra cosa su cui ragionavo in questi giorni, non riesco a non avere un pezzo di me stessa nelle cose che faccio, dove per fare intendo anche fatturare.

Come ho già scritto: questa è stata la prima cena che non ho praticamente visto svolgersi. Non ho mangiato nulla, mi sembra di non aver parlato con nessuno, perché ero tutta assorbita a coordinare, assicurarmi che le cose si svolgessero in un certo modo, sistemare le ultime cose.

Se dovessi scegliere cosa raccontarvi, oltre a mostrarvi le foto della serata, inizierei dal lavoro di Claudia, Stefano e Benedetta dei Tour De Fork: dall’ideazione del progetto dell’allestimento alla sua realizzazione, è stato un crescendo di stupore. Per le idee, la professionalità, la creatività e la capacità.
Qui uno dei tavoli allestiti.

Continuerei con Olivia, la bimba minuscola di Sabine: questa foto rappresenta un po’ la FGD, perché c’è una persona piccola che viene accolta solo perché è lì, con il meglio di sé che ognuno può dare. Sarò ingenua ma io sono convinta che la FGD sia anche amore, e che il network migliore spesso è quello incondizionato.


Non potrei non nominare il cibo che grazie a Eugenio Boer è stato spettacolare anche a questa cena, forse – mi azzardo – ancora di più delle altre.


(E grazie Emma, lei sa perché)

Tutto questo è stato contenuto all’interno della Food Genius Academy, che con pazienza ha gestito una corrispondenza che nemmeno in tempi di guerra, con disponibilità, sorrisi, e partecipazione: grazie Desirè, Chiara, Alessandra e Antonio.

Quando all’inizio della serata ringraziamo gli sponsor, il rischio è sempre quello che sembri l’elenco della spesa: il valore di quel grazie per noi però è importantissimo, perché senza di loro questo progetto non esisterebbe.
E aggiungo anche una considerazione, un po’ polemica: quando sento che gli eventi sponsor free sono più “etici” di altri, ecco, io rido. Perché credo che ogni collaborazione commerciale possa solo ampliare le prospettive se gestita bene, con intelligenza e con un obiettivo comune che è quello di valorizzare le persone. Quindi grazie agli sponsor, tutti, della Foodie Geek Dinner e di tutti gli eventi al mondo perché il vostro investimento crea opportunità di crescita e di sviluppo che altrimenti non sarebbero possibili.
Vi ringrazio quindi tutti, con sincerità: Cirio, Visto che buono, Haribo, Lavazza, Ford , Ron Varadero, Tannico, Acqua Alisea, Guardini, Gribaudo, Tablecloths, Tucano, Halldis, Almaverde Bio Market, Hasbro, Uber Italia, Longplate, Party Rental, Vipot, Smartbox, Eshirt.
Grazie al Web Media Partner della serata, Salepepe.it, e al Social Media Partner Instagramers Italia.

Le prossime tappe della Foodie Geek Dinner saranno a Bari e Torino: volete partecipare? Scriveteci a foodiegeekdinner@gmail.com
Il viaggio nel cibo e nell’Italia ricomincia.

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Dieci cose che non vedo l’ora di fare questa estate

Fino a qualche tempo fa odiavo le #cose.
Le “cose”, per me, erano quel sostituto indefinito di un’entità immateriale proprio perché grammaticalmente indefinita: ci vuole poco a esalare un sospiro e a desiderare una “cosa”. Facile così, pensavo: basta un atteggiamento anelante per sembrare migliori dell’uomo medio. Non importa più l’oggetto del desiderio, ma è sufficiente l’atto del tendere per darci un tono.

Non so se capite cosa intendo: il mondo è pieno di persone che hanno le tasche piene di “cose”, spesso di poco conto. Per strada, dovunque ti volti, ci sono persone che sono fatte di poco ma che come box di burro sanno imbottirsi di zucchero, farina, storie, desideri: la loro costituzione è fatta di tre elementi, ma sanno apparire molto più complessi perché sanno raccontare i loro desideri e questo gli dà il peso delle “cose” che desiderano.
Non importa quanti libri hai letto se il tuo desiderio è di scoprire le vecchie biblioteche rintanate sulle cime delle Ande e leggere le parole nella lingua delle nuvole: ecco che la “cosa” che desiderano non ha nessun rapporto con la realtà, né con loro, ed è solo una “cosa”che prendono dalla tasca, ti mostrano e poi fanno cascare per terra.
Le “cose” spesso non sono cose loro, ma aria bella da spruzzarsi addosso.

Poi ho cambiato idea, e l’ho fatto grazie alle #3cosebelle di Fraintesa e #unacosaalgiorno, la newsletter di Rocco, Claudia e Alessandro che ogni giorno mi regala attimi di spessore, di attrito e di deglutizione (e non te le aspetti, dalle “cose”).

Ecco quindi le dieci cose che non vedo l’ora di fare questa estate, che come avrete capito dal preambolo un po’ sono vere, un po’ sono mie, un po’ sono per le persone che hanno bisogno di cose vere da desiderare:
1. Vedere la realtà della Foodie Geek Dinner di Milano questo giovedì
2. Alle 19, spegnere il pc e leggere fuori al balcone con un po’ di brezza
3. Vedere una città nuova: Amsterdam
4. Viaggiare in macchina verso Bari, e svegliarmi in mezzo al bianco della Puglia
5. Aspettare settembre
6. Immaginare il 2015 facendo uno sgarbo alla mia comfort zone
7. Staccare pezzetti di me, e sbriciolarli
8. Trovare la location per un progetto in cui credo tanto, e che non ho il tempo di seguire come vorrei
9. Tenere fede alla fiducia di oggi
10. Chiudere questa prima parte dell’anno, e fare un elenco delle grandi cose da fare per il 2014.

E voi, lo trovate il tempo di capire cosa desiderate?

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