Bologna è diventata bellissima

Ho abitato a Bologna dal 2000 al 2006, e l’ho amata subito, e tantissimo.
Dopo l’università ho fatto il servizio civile, in biblioteca: quando poi ho dovuto scegliere se rimanere lì o andare via, ho scelto Milano, perché offriva più opportunità. Sono tornata a Bologna diverse volte durante questi anni: cambiavo io, cambiava lei.
Ci sono stata qualche giorno la settimana scorsa per seguire un corso di Digital Update sull’ecommerce, e ho trovato una Bologna dove forse sarei rimasta a vivere: vivace, pulita, piena di locali nuovi e con offerte di qualità, in evoluzione.
Qui vi racconto cosa ho visto, dove ho mangiato e (soprattutto) bevuto – ehm, era il mio compleanno, dovevo festeggiare.

ALTRO?
All’interno del Mercato delle Erbe in Via Ugo Bassi 25

All’interno del Mercato delle Erbe di via Ugo Bassi ora si mangia: quello che prima era un normalissimo mercato cittadino ora è un luogo dove, come scatole cinesi, vivono sezioni totalmente ristrutturate che accolgono ristoranti, banchetti con forni, enoteche. Un sogno, di cui la parte più bella si chiama Altro?, che occupa un’intera ala del mercato che contiene, sotto le vecchie insegne, una serie di locali e un ristorante. Lo spazio è ampio, affollatissimo e trovare un tavolo è impossibile: all’ora dell’aperitivo sono tutti qui, e i tavoli del ristorante sono tutti prenotati. L’unico tavolo libero è all’interno di una riproduzione fedele degli anni Sessanta, dagli attaccapanni alle poltroncine: l’intervento di interior design ha valorizzato un luogo che prima era un capannone con delle bancarelle, dandogli un respiro moderno, e stupefacente.
Si beve e si mangia bene, con poco.

RUGGINE
Vicolo Alemagna 2/c

Mi avevano venduto Ruggine come un posto di quattro bellocci, ma non è vero (ciao ragazzi, siete tanto carini eh), o perlomeno l’uomo con la camicia di jeans non rientrerà mai nei miei canoni erotici. Parlando di altre offerte, Ruggine è un locale dove bere buoni cocktail e mangiare piatti semplici: nel sito si presentano come un punto di ristoro e socialità. I ragazzi sono accoglienti, il locale è bellissimo ed è in pieno centro. Da tornare per il brunch.
Nota a margine: i ragazzi sanno come curare la loro comunicazione (sito usabile, blog attivo, social seguiti splendidamente).

CASA MINGHETTI
Piazza Minghetti 1/a

Piazza Minghetti per me era la piazza delle Poste: anche lei è cambiata, assimilandosi all’eleganza della vicina via Farini. Qui c’è Casa Minghetti, dove i cocktail li prepara Enrico Scarzella, bravissimo mixologist: qui ho bevuto il migliore Cosmopolitan della mia vita, corredato da piccole pepite di zucchero dorato in fondo al bicchiere. Nota: dopo le 23 e 30 si serve solo vino e birra, anche di sabato sera.

BANCO 32
All’interno del Mercato delle Erbe in Via Ugo Bassi 25

Sempre all’interno del Mercato delle Erbe, ma dalla parte opposta di Altro?, c’è Banco 32, un ristorante di pesce guidato da uno chef francese. Non avendolo provato vi rimando all’ottimo post di BolognaFood.

E poi: la zona di Azzo Gardino e del Cassero rinnovata, il nuovo Mambo, il nuovo Mercato di Mezzo, Berberè in via Petroni. Bologna è diventata bellissima.

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Di consulenze per foodblogger, corsi e altre novità

In questo periodo sto cambiando diversi aspetti del mio lavoro (non solo guide e ristoranti), che vi racconterò con calma col nuovo blog: sì, dopo diversi anni questo blog cambierà aspetto, contenuti, categorie. Spero di mostrarvi tutto il prima possibile, e di spiegarvi anche il perché di certe scelte.
Ma torniamo al lavoro.

Da due settimane ho attivato nuove modalità di consulenza: corsi in aula, corsi on demand, consulenze via Skype per freelance / agenzie e anche per foodblogger. Vorrei parlarvene un po’ di più, a partire da quest’ultimo, in uno spazio diverso da quello di un post su Facebook, in una casa che sento mia, qui sul blog.

Vi dico subito cosa non è

Non è un corso per diventare foodblogger. Non vi dirò nulla di quello che non so, e le cose che non so sono parecchie: ignoro il web design, la SEO, e i pacchetti tutti uguali per diventare blogger famosi.
So altre cose, e sono quelle che vi racconterò: so cosa vuol dire avere contenuti strutturati e ben scritti, avere una presenza online coerente e ragionata, so chi contattare se volete scrivere per dei siti, so come ci si presenta alle aziende e alle digital pr come me.
I miei consigli, quindi, hanno l’obiettivo di valorizzarsi per quel che si è, con il proprio percorso, i propri limiti, ma anche con tutte le vostre sacrosante ambizioni di fare meglio e di capire come muoversi a seconda dei vostri obiettivi.

Come funziona?

L’ho scritto lì, ma lo spiego anche qui: il primo passo è compilare il modulo di contatto, e fissare un appuntamento. Prima della sessione via Skype vi chiedo di scrivermi una mail in cui mi raccontate chi siete, di cosa avete bisogno, e mi inviate i vostri link.
A quel punto io leggo, evidenzio e rileggo: scrivo quindi i punti che affronteremo durante la call.
Durante la sessione approfondiamo le vostre necessità, attraverso domande e consigli.

Cosa vi rimane?

Oltre a una serie di consigli, di chiacchiere, di strumenti di buon senso, alla fine della call vi invio una scheda, che contiene un recap di quello che ci siamo detti, e degli eventuali link di approfondimento.
Ho già tenuto una call, ed ero ansiosa: riuscirò a esserle utile? Ma soprattutto: riuscirò a capire di cosa ha realmente bisogno? Spero di esserci riuscita, come spero di poter aiutare diversi foodblogger che hanno voglia di chiarire se quello che fanno ha un senso, se è fatto bene, come può essere migliorato.

Poi ci sono le consulenze per freelance e agenzie

Insieme a questo, ho attivato delle consulenze di Digital Pr via Skype pensate per freelance e agenzie, mirate a risolvere diversi aspetti del loro lavoro: ho scritto bene la mail da indirizzare ai blogger? Sto contattando i blogger giusti? Se organizzo un contest con in premio un caciocavallo, qualcuno parteciperà? (La risposta è: sì, ma forse non ti serve).
[Qui è dove vi sprono a rispondere a tutte le mail improbabili che ricevete con il link a questo servizio]

Infine, i corsi di Digital Pr: on demand e in aula

Poi ci sono i corsi di Digital Pr: pensati per le aziende food, direttamente da loro e on demand, e in aula.
Se riuscirò a riempire le aule (e lo spero anche solo per i catering che ho assoldato, ma presto un post a parte), sarò l’11 aprile a Bologna, il 18 aprile a Milano e il 9 maggio a Roma.
Sono i primi corsi che organizzo in autonomia senza il mio fidato editore Zandegù, con cui in autunno bisseremo il corso fatto un mese fa qui a Torino (e che è andato benissimo, noi felici).

Insomma, provo a cambiare, a sperimentare nuove strade: i motivi sono diversi, e non sono ancora del tutto cristallini. La mia pancia mi dice che ho le competenze per aiutare altre persone, la mia testa che c’è un gran bisogno di pacchetti flessibili e di formazione.
Messe insieme, il suggerimento è sempre lo stesso: provaci, fai del tuo meglio, sii utile, segui la tua strada, e cambia. E fallo prima degli altri.

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Lascio le guide e il Cucchiaio, lavoro per i ristoranti: e poi?

All’inizio del 2015 ho preso una decisione: lasciare le guide gastronomiche, lasciare il Cucchiaio d’Argento, scrivere solo per blog aziendali e per il mio blog, lavorare per i ristoranti.
In una parola: ho scelto la comunicazione commerciale e non quella critica, ho scelto di ‘vendere’ e non di ‘giudicare’. I motivi sono diversi, e proverò a elencarli qui di seguito, partendo da una premessa: non è solo questione di conflitto d’interessi.


Il mondo della comunicazione gastronomica è composto in gran parte da giornalisti che lavorano anche come uffici stampa, da editor che fanno pr per aziende, da foodblogger che tramite i propri social vendono marchi e prodotti, da wineblogger che sono consulenti per delle etichette.
Insomma, da persone che vengono pagate per scrivere di aziende con cui collaborano.
Se da una parte sono convinta che per molte di queste persone possedere una propria etica e una certa sensibilità aiuti a non inquinare la trasparenza dei contenuti che vengono pubblicati, dall’altra vedo una cattiva comunicazione, e questa più di tutte mi irrita.

La prima domanda è: perché fare due cose se una delle due ti viene male?

Io non ho mai avuto la vocazione del giornalismo: nel corso degli anni ho scritto per diversi siti di food e per le guide per cv, per interesse, per passione. Ma: ero davvero brava? O: in cosa sono più brava?
Avrei potuto continuare a collaborare con alcune testate, magari capiterà ancora ma sicuramente non è più il mio focus: ai blogger che mi contattano per chiedermi consigli gli dico sempre di cercare collaborazioni con siti o riviste. Serve al prestigio, serve perché lavorare su commissione è una grande scuola, serve per cv.
Ma poi bisogna scegliere una strada, che sia più vicina possibile a quello che, in te, ti fa sentire a tuo agio.
E io mi sento benissimo quando si tratta di curare le pr, o di creare strategie e progetti, e sono indubbiamente bravissima in questo e solo accettabile come redattrice.

Poi: scrivere su dei giornali o su delle testate ti serve davvero? O meglio: può essere ancora una professione?

La risposta è drasticamente no (con le dovute eccezioni): i siti pagano dai 12 ai 70 euro a pezzo, versus i blog aziendali che danno da 100 a 300 a post. Non conosco le tariffe dei giornali ma non vedo giornalisti felici, e la maggior parte di quelli che vedo fanno mille altri lavori per campare. Allora mi chiedo: perché nella comunicazione gastronomica è ritenuto più in gamba quello che scrive anche per delle testate? È una questione di scambio favori? È un circolo ormai viziato? E: è davvero necessario?
Che poi: se siamo tutti uffici stampa e pr di x, scriviamo per informare o scriviamo per vendere? E se scriviamo per vendere, davvero quello che scriviamo fa la differenza per la nostra comunicazione?

Il terzo punto riguarda il sentirsi bene e onesti vendendo qualcosa. Semplice, dipende cosa stai vendendo.

Per diversi anni ho fatto la gelataia e la libraia: vendere gelati e caffè mi faceva stare davvero bene, anche perché lavoravo in due bar di Bologna frequentati da una fauna parecchio interessante, che andava dall’uomo con due dita che voleva due dita di vodka alle 9 alla mamma incinta che chiedeva un cono gelato dall’altezza impossibile. Mi sentivo meno a mio agio venendo i libri, soprattutto quelli che non conoscevo. Ancora più difficile è stato quando sono passata a lavorare in Fnac, dove mi occupavo di comunicazione commerciale: vendevo gli spazi di comunicazione dei negozi facendo da figura intermedia tra i buyer e i responsabili marketing delle diverse aziende. Da una parte amavo quel lavoro, dall’altra vendevo cose di cui non vedevo il reale valore.
Quello che vendo ora, di contro, che siano pr, progetti, comunicazione – mi rende felice, e non ne ho dubbi. La vendita fa parte di me nel momento in cui metto me stessa sul campo delle trattative, progetti in cui credo, valori da condividere, quando lavoro con aziende e persone che mi piacciono. Questa è l’intima natura del personal branding: proporsi per quello che sei, e che sai fare con passione.

Ho scelto, quindi, di fare solo quello che so fare benissimo: le digital pr, la digital strategy e gli eventi.

E se finora l’ho fatto solo per le aziende, ora cerco clienti tra i ristoranti, perché so che per loro lavorerei benissimo e anche che ne hanno realmente bisogno. Il 30 marzo torno con Digital Risto, e questa volta per i ristoratori milanesi. Avrei potuto continuare a scrivere su guide e siti, ma insieme al fatto che non mi sarei sentita a mio agio vivendo in un tumultuoso conflitto d’interessi, ho scelto di selezionare un percorso che sento mio, e in cui la costruzione della reputazione non passa più per chi scrivi ma per come lavori.
Tutti i miei contenuti vivranno solo su questo blog, collaborazioni con blog aziendali a parte e qualche altra sporadica collaborazione: c’è che col tempo ho anche capito il valore dei contenuti autoprodotti, e credo sia la quadra del mio percorso da freelance.
Da sola, o con la squadra che scegli, puoi fare grandi cose.

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Identità Golose 2015: scarti, macellerie, comunicazione

È dal 2009 che ogni anno, a febbraio, vado a seguire il convegno di Identità Golose, congresso Internazionale di chef e di alta cucina, mossa dalla voglia di aprire la mente dal punto di vista gastronomico, grazie alle lezioni degli chef, e dal desiderio di incontrare gli amici del settore.
La formula è rimasta apparentemente la stessa: lezioni frontali nelle aule, e stand degli sponsor ad animare i corridoi, bilanciando professionismo, commerciale, e relazioni umane. Chef stellari, giornalisti, giovani cuochi, pr, foodblogger insieme a prendere appunti e disegnare le nuove mete dell’ispirazione gastronomica.
Se ci sono state edizioni più futili, in preda all’egotismo di alcuni chef e al groupismo di wannaeat, quest’anno l’impressione è stata quella di una grande concretezza, e di una forte propensione a condividere filosofie e piatti ispirati al buon senso (d’altronde il tema di quest’anno era Una sana intelligenza).
Qui vi racconto la mia personale selezione dopo due giorni di convegno, invitandovi a leggere gli articoli dei colleghi per informarvi su altri talk e diversi punti di vista.

(Foto di Aromi Creativi)

Scarti, rifiuti e ceramiche

Gli chef hanno da sempre utilizzato gli scarti in cucina, e molti degli strumenti nati negli ultimi anni (pacojet  e sottovuoto in primis) hanno avuto lo scopo di cucinare e riutilizzare parti meno nobili e ingredienti ostili. Degli ingredienti si usa tutto, lo dicono gli chef di Identità Naturali e quelli dell’Auditorium, con più o meno coerenza e credibilità.
C’è Enrico Crippa (amatissimo), che a causa delle temperature troppo calde di quest’anno ha rischiato di vedersi marcire molte delle verdure del proprio orto: per preservarle, ha scelto di marinarle con della pasta di miso e di metterle sottovuoto per 6 giorni. Il risultato col daikon? L’ortaggio ha perso l’acqua e ha assunto un sapore di bresaola: servito con della rucola, ha ottenuto un piatto vegetariano e riconoscibile.
Gli scarti non sono solo alimentari: sempre Crippa ha collaborato con un’artista per ideare dei piatti con materiali riciclati, e li ha fatti realizzare a una cooperativa di Bologna costituita da persone che “sono viste come il ‘rifiuto’ della società”.
(Capite perché lo amo, sì?).
Una coerenza del genere secondo me è mancata nell’intervento di Massimo Bottura, che ha parlato di recupero del pane e del progetto del Refettorio dove “40 tra i migliori chef del mondo (20 italiani, 20 stranieri) ideeranno e prepareranno menu a partire dalle eccedenze alimentari raccolte ogni giorno in Expo nel pieno rispetto delle normative vigenti sulla sicurezza alimentare.  Ciò che sarebbe destinato ad essere gettato via, sarà trasformato in piatti di alta cucina, grazie al talento e alla creatività.”.
Parlare di recupero con un cestino d’oro in cui raccogliere il pane e un tavolo di designer ha compromesso la credibilità del suo discorso, pur con tutta la forza espressiva e il seguito che uno chef come lui possiede.

Giovani, in Italia e all’estero

Era da un po’ che volevo sentire Simone Tondo, chef di origini sarde che lavora in Francia, a Parigi, col suo Roseval, un bistrot sempre pieno amato da pubblico e critica.
Simone, tra le altre cose, è bellissimo.
Ma parliamo di cucina.
Quindi.
Differenze tra l’imprenditore cuoco all’estero e in Italia: a 21 anni Simone ha potuto chiedere un prestito per aprire la sua attività, forte del suo cv, e del valore del progetto. Qui forse avrebbe potuto partecipare a un bando per start-up, dico io. Se visto da qui l’estero sembra spesso portatore di percorsi più facili per i giovani, ora sappiamo come viene vista l’Italia dei ristoranti da Parigi: un luogo difficile e burocraticamente impervio.
E poi: Simone ha cucinato dei piatti senza farli assaggiare, perché non sarebbero stati rappresentativi della sua cucina (lì a Parigi cucina lui, se non c’è lui il locale è chiuso). Mi è piaciuta parecchio questa onestà, che vorrei ritrovare in tutti gli chef nelle seguenti forme: non ho nulla da dire e allora non vengo a parlare, non cucino quello che non mi rappresenta solo per la necessità di sfamare, non ho nulla da aggiungere a quanto detto l’anno scorso e allora ciao. Ogni volta che uno chef italiano che lavora a Parigi parla, io vedo una differenza notevole con la community italiana: lì c’è chi cucina e parla per i clienti, qui chi fa lo stesso per la critica. Genericamente parlando, ovvio.

Commuoversi

Lo chef è anche pizzaiolo, e quest’anno di fronte alle parole di Franco Pepe io ho pianto. Come sempre, lui parla poco: fa parlare i suoi agronomi, e questa volta anche i suoi contadini. Il sistema Pepe è semplice: per le sue pizze utilizza prodotti locali, che contribuisce a coltivare grazie alle competenze di agronomi e al sapere dei contadini. Il valore del territorio viene creato da un prodotto finito come la pizza. Il contadino (di cui purtroppo mi sfugge il nome) ha parlato di quando ha aperto la dispensa e ha ritrovato dei semi che suo nonno aveva lasciato, catalogati con dei nomi inesistenti: “i fagioli di Zia Teresa”, “il pomodoro rampicante” ecc. Semi che sono stati coltivati, studiati, frutti e verdure recuperati e stabilizzati, a partire dalla fiducia di un pizzaiolo.
Se mia nonna fosse viva, vorrei farle conoscere Franco Pepe, so che avrebbero molto da dirsi.

Facile a dirsi, difficile a comunicarsi

Sempre di pizza si parla, ma stavolta di Simone Padoan, che ha voluto parlare di valore: cosa vuol dire proporre pizze con una lavorazione degli ingredienti di un certo tipo (branzino, daikon, barbabietola, gamberi)? Simone ha voluto mostrare il processo di lavorazione che c’è dietro, facendosi aiutare da quattro persone tra cui la sottoscritta (insieme a me: Sandra Salerno, Paola Sucato e Tania Mauri) mostrando tutte le fasi: l’impasto, la sfilettatura, la composizione. Una pizza può costare 30 euro, e questi sono giustificati se la selezione degli ingredienti è maniacale come la sua: non basta comunicarsi con un certo prezzo per essere definiti gourmet, ma ci vuole serietà e trasparenza, e tanto personale.

Il retro della macelleria

Di Antonia Klugmann, cheffa dell’Argine a Vencò, bisognerebbe mostrare un video: se c’è qualcuno capace di fare storytelling del cibo, è lei. C’è il territorio, di cui si sente custode; c’è la responsabilità ambientale, che dovrebbe essere comune a tutti i cuochi; c’è l’integrità, del prodotto. C’è una cuoca che va in una macelleria e sentendo ordinare solo filetti si domanda: ma la produzione di carne basterà a soddisfare questa insensata domanda? E allora lei va nel retro della macelleria, prende le ginocchia di manzo, e ne fa nervetti, brodo, demi-glace.
Lei è una vera cuoca del futuro.

Ristoranti che comunicano: where are you?

Daniel Humm e Will Guidara sono rispettivamente chef e maitre dell’Eleven Madison Park di New York, e parlano dell’equilibrio tra cucina e sala. L’assunto è che il loro obiettivo è di “develop community with guests” e che le persone “go to the restaurants to be cared for”. Ogni volta che una persona prenota presso il loro locale, fanno ricerche su chi è, cosa potrebbe piacergli, in modo da personalizzare l’esperienza. In pratica, la quintessenza delle Digital Pr applicate alla ristorazione.
Se vedo il modo in cui comunicano i ristoranti in Italia, e come l’ego di molti chef mette a disagio i clienti, ecco, mi viene da dire: tutti a New York?

La mia cronaca finisce qui. Ci vediamo nel 2016!

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Cosa vedere e mangiare a Bangkok e a Phuket

Quando sono andata in Thailandia ho visitato Bangkok e Phuket: prima di partire ho appuntato tantissimi tra ristoranti e gastronomie che al 70% non ho trovato. Mentre a Bangkok trovare le strade è abbastanza semplice, e i tassisti sanno orientarsi, nel distretto di Phuket è l’opposto: le mappe sono liquide, i tassisti si orientano poco e si consultano sempre a gruppi di tre per capire dove andare.
Al di là di quello, ho pensato che lasciarvi le fonti della mia ricerca fosse cosa buona e giusta, oltre a indicarvi dove sono stata: se visitate Bangkok per più giorni, o se avete un amico tassista a Phuket, allora queste fonti vi saranno molto utili.

DA VEDERE

Sulla Thailandia in genere vi lascio i suggerimenti di Manuela, per Bangkok potete seguire quelli di Elisa e di Francesca.
Vatinee ha pubblicato recentemente un post con delle proposte di viaggio molto interessanti che comprendono voli e pernottamenti, trovate qui il post.
Per Phuket / Patong avevo letto il post di Mondoaeroporto, questo del blog Anythinglily.
Da Phuket ho fatto due escursioni: la baia di James Bond, con giro in canoa e vista di atolli mozzafiato, e Kho Rok, un’isola a due ore di barca dove ho fatto snorkeling vedendo le stelle marine, i coralli e Nemo!

DA MANGIARE

Prima di partire il mio amico Hervè mi aveva scritto un brevissimo vademecum che vi riporto:
“In Thailandia non pensano come antipasto/primo/secondo, è tutto allo stesso tempo.
Le cose sono separate in fritti/zuppe/noodles/pesce/crostacei. Tipo le crab cakes o fish cakes sono dei fritti, magari considerati un po’ come antipasti. Tomyum goong è tipo la zuppa nazionale, una con lemongrass e gamberi, abbastanza acida. Pad thai sarebbe il piatto di noodles nazionale. A Bangkok devi per forza mangiare alle bancarelle per strada! Ognuno ha il suo preferito, per me il mio preferito è dietro il stuadio di muay thai di Llumpinee, alla fermata di sky train di Ekkamai. Quando scenderai dalla fermata, vedrai un parco, e all’angolo di una via andando dentro il parco, ci saranno un paio di bancarelle. Tipo tavolo di legno rovinato, sgabelli di plastica… Pero lì credimi che sarà TROPPO buono”

Mangiare a Bangkok

A Bangkok ho mangiato in due grandi ristoranti (il Nham e il Gaggan), lasciando il resto dei miei pasti alla scoperta dello Street Food (su cui vi invito a leggere il post che ho scritto per Manfrotto).
Per orientarmi nella vastissima proposta di proposte culinarie, avevo spulciato i post di Kempinsky e di Hungryhoss.
Avevo individuato quindi il Nham, ma anche il Bolan.
Per lo street food ho studiato la guida di Passione Gourmet, soprattutto per orientarmi tra i quartieri: il mio cuore va alle bancarelle vicino il Central World, dove ho assaggiato la mia prima Tomyum goong e conosciuto una coppia di Singapore che mi ha adottato consigliandomi cosa scegliere e facendomi assaggiare i loro piatti.
Purtroppo non ricordo chi mi avesse consigliato “il foodmarket vicino al What Po di bangkok: pesce secco, frutta esotica (ho bevuto mango juice senza sosta) e noodles.”

Mangiare a Phuket

Ho un’amica che insegna inglese agli stranieri, tra questi c’è una cuoca thai che mi aveva consigliato tre ristoranti: il Naturalrestaurant, il Kruvitraft e il Meet Ton Poe.
Altre fonti consultate sono state la top 10 dei ristoranti di Phuket, il blog di Ladyironchef, il Telegraph, il favoloso sito per vegetariani HappyCow, l’utilissimo sito di Jamie Monk, un vero local, e una guida per viaggiatori gourmet.
Io ho provato il Kaab Gluay (58/3 Phrabaramee Road, Patong, Phuket) e il Pum, che fa anche corsi di cucina: entrambi parecchio soddisfacenti. Un consiglio: non ordinate mai più di due piatti, perché oltre ad avere dosi abbondanti qui è abitudine accompagnare i secondi con del riso.

Corsi di cucina a Phuket

A Phuket Town ho seguito il corso di cucina della Blue Elephant, che mi ha entusiasmato moltissimo e di cui ho scritto sul sito di Manfrotto.
Altri corsi di cucina sono quelli proposti da Pum, dalla Organic Thai Cooking, e ancora, sempre segnalati ma non provati: Phuket Thai Cookery, Pathom Thai Cookin School.


Come ho già detto nel post precedente, l’importante è perdersi: fatelo anche a tavola!

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Salvare il mondo con le Digital Pr

Qualche giorno fa su Facebook ho pubblicato questo estratto del libro che sto leggendo (Existential Marketing, di Stefano Gnasso e Paolo Iabichino, ed. Hoepli), accompagnando l’immagine con queste parole “Lunedì mattina, due ore di sonno, letture di marketing: se capisco questo passaggio, mi sono guadagnata una settimana in discesa. Si accettano suggerimenti.”

Da lì a qualche ora si sono scatenate delle sorprendenti supercazzole, perché la mia gente dell’internet è burlona e ironica (la palma web va a Lorenzo Zonin con “Mi ricordo quando “liminoidi” sotto casa con la mia ragazza”).
Io però sono una che quando non capisce, s’ostina. E se non capisce, interpreta. Quando interpreto, rifletto. Quello che segue è quindi un approfondimento neuronale di quel passaggio, che credo verrà utile a tutti coloro che si occupano di Digital Strategy come la sottoscritta.

Cominciamo col dirvi che cosa ho capito di questo paragrafo: nel campo del marketing e della comunicazione finora abbiamo assistito a strategie che mettono in campo esperienze superficiali per i loro consumatori, laddove il consumatore prototipico è una persona alla ricerca di sensazioni ludiche, di entusiasmo, di incantesimi. Di urla collettive, di toooooop, di selfie di gruppo, di uno gnam! che arriva ancora prima dell’assaggio.
Conosciamo in molti questo modo di agire: molti progetti digital si basano su un coinvolgimento che strappa la persona (blogger, cliente, influencer) dal suo flusso di incombenze quotidiane e lo trasporta in una dimensione emotiva dove l’oggetto che sta al centro di questa dimensione catalizza vissuti e desideri che generano meraviglia, nostalgia, entusiasmo. Sensazioni che durano un’ora, una settimana, e poi passano. È questo essere liminoide (cioè: qualcosa che ha un potenziale di trasformazione ma nessuna oggettività di radicarsi) che, secondo l’autore e secondo me, non basta più.
E quindi? Come dobbiamo pensare? Cosa possiamo proporre, e a chi?
Gnasso sostiene che il marketing debba restituire esperienze che siano pregne di senso dal punto di vista collettivo: “il prodotto o servizio deve sapere rispondere a una richiesta di senso che orienti e giustifichi l’agire quotidiano, sradicandolo dalla concezione individuale per inserirlo e radicarlo all’interno di un processo sociale che a sua volta sia in grado di consolidare un’identità frammentaria e contraddittoria”.
Bisogna, in parole povere ma in concetti spaventosi, pensare in maniera liminale, ossia creando dei progetti che siano “in grado di trasformare gli uomini e le comunità”.
Questa frase suona davvero come un monito epocale, e comprendo che possa destare malumori in chi, addetto alla comunicazione, si ritrova costretto a prendere in esame un cambiamento che può risultare fuori dalla sua portata: ma come, non solo devo pensare al logo, alla newsletter, al SEO, ai blogger, al corriere che mi deve recapitare il pacco, ma devo pure salvare il mondo?
Quello che segue è un elenco personale di passaggi che, applicati ai vostri progetti, li orientano in maniera semplice verso la costruzione di un senso comune e, perché no, di un mondo migliore.

1.    Nella fase preliminare della strategia di comunicazione, quando tocca individuare quali contenuti  vogliamo trasmettere, e con quale tono, premete ciò che, trasformato in una narrazione, sopperisce a un bisogno di comunità, piccola o grande: se producete pomodori, calamite, o tenete  corsi di yoga, ideate un mondo in cui il consumo o l’utilizzo offrano vantaggi alla rete del vostro consumatore. Una ricetta da personalizzare in due, un omaggio che sorprenda un amico, un pdf da inviare al collega: regalate convivialità, e benessere, in un click.
2.    Ideate dei progetti che permettano alle persone di pensare a e di parlare della loro visione di cambiamento: il vostro cliente produce tazze da tè, servizi di traduzione, biscotti per celiaci? Chiedetegli di raccontare cosa significa disfarsi di un oggetto per fare spazio a uno nuovo, come impiegherà il tempo guadagnato, in che modo preparare uno starter kit per ospitare una persona affetta da celiachia. Fate circolare i racconti di chi ha fatto del proprio cambiamento un salto verso il benessere.
3.    Parlate del vostro lavoro, e dei vostri fallimenti: gli sbagli ci rendono umani, ma non solo. Permettono a chi ci segue di rafforzare un’idea del mondo dove non esiste la vittoria, ma l’impegno, la capacità di imparare dai propri errori, e la trasparenza di raccontare il vostro percorso. Siete imprenditori, marketing manager, digital pr, artigiani: quello che comunicate vi mette nella condizione di rendere umano un brand, che sia una lattina fallata o una newsletter che ha come oggetto PROVA NEWSLETTER N. 1. Fate ridere, siate utili, siate di ispirazione per chi si sente imperfetto, per chi ha paura di non riuscire a fare tutto, per chi è umano e cerca un altro umano.

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Il senso di un viaggio in Thailandia

Sembra passato un secolo dal mio viaggio in Thailandia, eppure sono tornata meno di un mese fa. Andare dall’altra parte del mondo, da sola, per dieci giorni, ha avuto l’effetto di riallinearmi con una serie di elementi che negli ultimi mesi si erano rattrappiti: prima di tutto la voglia, e la capacità, di stare bene.
La possibilità di individuare dei modi di essere felice dentro di me, a prescindere dal contesto.
Sì, certo: c’era Bangkok intorno a me, c’erano gli atolli, le stelle marine.
Ma il vero viaggio è stato fermare la mia testa e aprire il mio cuore, soprattutto in quei momenti in cui quello che c’era intorno non mi piaceva: la vera sorpresa è stata la superfluità di condizioni che altrove sarebbero state determinanti per il mio umore. Ho imparato che con un po’ di coraggio, e la capacità di godermi il presente, posso stare bene più o meno dovunque.

Ho tenuto un diario durante il viaggio, e scrivevo così a Bangkok

“Ho scelto dei punti, delle tappe, ma poi ho stropicciato la mappa e lasciato passare i taxi. In giro con i miei piedi, facendo piccole cose che mi spaventavano: di fronte a ogni paura ho fatto così: ho osservato, mi sono fermata, ho fatto una pausa guardando, e mi sono detto “in qualche modo si farà”. Ed è andata.
Scomparire a me stessa oggi è stato quello che mi ha permesso di essere serena”.

Scomparire, smettere di pensarsi, di giudicarsi.

Dopo essere tornata da Kho Rok ho scritto:

“Le cose sono cose: il mare, il cielo, il cibo, gli uccelli, le cimici, le altezze, i difetti della pelle. Possiamo scegliere di vederle da una prospettiva di ansia e allora le dirigeremmo verso un finale catastrofico. Ma diminuire le proprie paure si può”.

Vedete: a 34 anni sono una persona che ha tante cose per cui essere felice, ma più di tutto conta la voglia e la capacità di esserlo. Viaggiare in un paese come la Thailandia in cui il caos vive nello stesso spazio della meditazione, dove una metropoli come Bangkok può esaltare ogni corda del tuo cervello e un luogo come Patong oscurare ogni cellula del tuo cuore, ha contribuito a farmi ritrovare un equilibrio che si può riassumere in: “smetti di fare proiezioni”.

So che magari non è il post sulla Thailandia che vi aspettavate, e che più di tutto volete sapere dove ho mangiato: seguirà un post anche su quello, oppure potete fare come ho fatto io.
Perdetevi.

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Il bilancio di un anno da Foodstrategist

Prima di parlarvi del viaggio in Thailandia (che sto raccontando in parte sul blog di Manfrotto) volevo condividere con voi il bilancio di questo secondo anno da freelance: come già detto altrove, non sono una particolarmente affezionata ai bilanci e alle somme, perché per attitudine mi piace vedere la vita come un progetto in divenire che in ogni momento può essere modificato, con o senza la nostra volontà.
Mettere dei punti, fermarsi, ripartire: si può fare in ogni momento del nostro presente, perché aspettare il 31 del mese?
Qui vorrei parlarvi di due cose molto specifiche:
1. Il mio bilancio economico (che credo possa essere utile a molti)
2. Cosa mi aspetto dal punto di vista professionale dal 2015 e come mi sto impegnando affinché accada.

Iniziamo dai soldi.
Nel 2014 ho tenuto i conti di ogni euro che ho speso: l’ho fatto in un file excel banalmente, ma so che ci sono ottime app che fanno questo lavoro e libri utili per imparare *
(Francesca consiglia YNAB, Barbara parla di Kakebo su C+B)
All’inizio dell’anno ho fatto i conti e questo è il risultato


(In varie ci sono i gatti, i libri, le spese di casa)
Quindi:

  • Ho speso di più per mangiare fuori che per fare la spesa
  • Ho viaggiato parecchio e preso tanti treni
  • Ho investito una cifra considerevole nella cura di me stessa (leggi tono ironico in “investito”)
  • Ho goduto di buona salute
  • Ho fatto due signore vacanze

Per il 2015 aumenterà una voce in maniera considerevole: commercialista e tasse (sono uscita dal regime dei minimi, per cui darò il mio 50% dei guadagni in tasse).
Il mio obiettivo dell’anno è quindi quello di ridurre le spese relative allo shopping, alle cene fuori (preparatevi a essere invitati a casa), ai viaggi (vogliamo fare una riunione? Evviva Skype), e aumentare altri costi: formazione e sito (direi che è ora di cambiare faccia e anima a questo blog).
Perché è stato utile ripercorrere i miei costi?

  • Per sapere cosa mantenere, cosa tagliare, su cosa investire
  • Per capire quanto farmi pagare

Secondo punto (SEO, lo so che è un post lunghissimo, ma confido in lettori benevoli): cosa farò nel 2015?
Nel 2014 la maggior parte delle mie entrate è arrivata dalle Digital Pr e dagli eventi.
Ora, le Digital Pr sono spesso parte di una Digital Strategy più ampia, che è quella che mi appassiona di più e soprattutto è il lavoro che permette di fare la differenza quando si tratta di creare, tradurre, e comunicare un brand dandogli una voce e una storia: nel 2014 questo lavoro si è accavallato con quello delle Pr, ma vorrei che diventasse il lavoro principale.
Perché?

  • È più divertente ideare una strategia che seguirne un pezzetto;
  • È il modo più sensato di mettere a frutto la mia esperienza nel food;
  • È la maniera più intelligente di creare un progetto con obiettivi chiari dall’inizio e di risparmiare risorse e tempo.

Come farlo?

  • Pubblicizzandolo sul sito: ho eliminato la voce Social Media dai miei servizi e inserito quella di Digital Strategy)
  • Migliorando le sales pages del mio sito (imparando da Enrica Crivello);
  • Approfondendo: leggo libri, frequento corsi a pagamento, studio online.
  • Formando: il corso di Digital Pr che farò con Zandegù il 31 gennaio sarà solo il primo di una serie.
  • Cercando clienti che non siano già online, e questo vuol dire andare a convegni, fiere, eventi.

Termino con qualche lettura utile per il freelance timoroso di capire cosa vuole, chi è, quanto farsi pagare:

Spero che questo riassunto vi sia stato utile: da parte mia credo che sarà un anno impegnativo, ma con meno ansie del 2014. Ed è già moltissimo.

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Libri di cucina da regalare a Natale

Quest’anno passerò Natale in Thailandia, e (anche) per questo sento molto meno questa festività rispetto agli altri anni: non per questo ho rinunciato a fare regali – pochissimi ma sentiti e soprattutto a riceverne.
In questo post vi parlo di alcuni libri che ho letto in questo periodo, che credo possano essere ottimi regali per gli appassionati di cibo.

Giuseppino
di Sara Porro
Utet, 14 euro di carta, 7,99 per Kindle
La premessa è che di Joe Bastianich non mi interessava granché prima di leggere questo libro, e invece mi sono ritrovata a divorarlo: merito della scrittura di Sara Porro, che come per il tennis raccontato in Open di Agassi riesce a rendere interessante un settore anche per chi non ne fa parte. Giuseppino racconta la storia di Joe Bastianich, che è quella di una famiglia, di un modo di lavorare e di fare televisione, e di un’Italia che lo ha accolto e che gli ha insegnato a bere, e i sapori di certi ingredienti. Bello bello bello.

L’appetito dell’imperatore
di Franco Cardini
Mondadori, 19 euro di carta, 10,99 per Kindle
Cosa mangiava Napoleone? Qual è stato l’ultimo pasto di San Francesco? Se credete che il cibo sia solo nutrimento, questo libro vi farà cambiare idea: attraverso i pasti di diversi personaggi storici, Cardini ricostruisce la storia di epoche e popolazioni. E la farcisce con quelle ricette, ricostruite fedelmente e qui riproposte per dei pasti che sanno delle culture che hanno fatto arrivare a oggi.

L’arte del sake
di Toshiro Kuroda
Ippocampo, 25 euro
Al Salone del Gusto di quest’anno ho assaggiato diversi sake, anche grazie a Marco Massarotto e alla sua Via del Sake. Mi ero riproposta di saperne di più e quando questo libro è uscito l’ho letto con una certa ansia da conoscenza: ok, ora sono ferratissima. Dalla lavorazione del sake alle case di produzione più attente fino a una serie di ricette di grandi chef a base di sake, Kuroda mi permette di non arrivare impreparati al prossimo Salone.

Cotto a puntino
di Guillame Long
Bao Publishing, 12 euro
Che il cibo a fumetti mi piaccia non è un mistero: così come avviene anche in queste pagine di Cotto a puntino, quando è disegnato e fumettato il cibo mostra con vigore tutta la sua personalità. Una vignetta riesce con brio a fermare le componenti più emozionali di un alimento: il ricordo, la scoperta, il gusto. Long aggiunge anche momenti parecchio esilaranti, come quando parla dei suoi accessori di cucina per geek come l’ennesima grattugia per le verdure o il tritaglio elettrico (ma come avevamo fatto senza finora?).

Le mie 24 ore dolci
di Gianluca Fusto
Gribaudo, 20 euro
Può un pasticciere maniaco come Fusto pubblicare un libro di ricette per tutti senza banalizzare quella professionalità che lo mette una spanna sopra tutti gli altri? La risposta è sì, e sta in questo libro di una godibilità imbarazzante: decine di ricette divise per momenti della giornata e occasioni speciali, spiegate chiaramente, e tutte capaci di raccontare l’estro e la bravura di Fusto. Volete fare una torta per una cena? Qui ne troverete che non assomigliano a nessun’altra.

La scienza della pasticceria
di Dario Bressanini
Gribaudo, 16 euro
Zucchero, farine, uova, temperature: se per una frittata o per una pasta possiamo permetterci di essere più superficiali, nella pasticceria l’esattezza è tutto. Bressanini spiega la chimica degli ingredienti base del lato dolce della cucina e dei suoi procedimenti, fornendo alcune ricette base, illustrandone i passaggi e mettendo la scienza allo stesso livello della passione: per un’ottima pasticceria, non basta essere golosi ma occorre conoscere cosa succede. Ecco, qui si capisce, e pure facilmente.

Hot Dog
di Stéphane Reynaud
Guido Tommasi, 22 euro e 50
Che sono una ragazza degli anni ’80 lo sanno tutti, che mi sono evoluta poco rispetto a certe mode di quegli anni pure: l’hot dog rimane uno dei miei junk food preferiti, perché riesce a contenere le promesse di suinità raffazzonata insieme a quelle di goduria immediata. Poi arriva questo libro che mantiene lo stesso spirito buono ma lo eleva con ricette gourmand (e con foto favolose)

Romeo & Julienne
di Antonella Gigante e Francesca Mastrovito
Editrice Bibliografica, 9,99 euro di carta, 4,99 per Kindle
Se lo vuoi, tutto può essere ricondotto al cibo: case, manie, relazioni. Qui a essere foodiezzati sono gli scrittori, grazie alla penna brillante di Antonella e Francesca, amiche e talentuose foodwriter: racconti e ricette continuano sull’omonimo blog.

Storia del cibo
di Felipe Fernández-Armesto
Bruno Mondadori, 11,90 euro
Ogni tanto bisogna fare un passo indietro rispetto al modo in cui affrontiamo il cibo e andare a rincorrere altri strumenti, nuove chiavi per comprenderlo di più: questa Storia del Cibo ha esattamente questa funzione, quella di fornire cornici antropologiche e storiche che ci permettono di indagare ciò che vediamo oggi del cibo con un senso diverso.

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Il Postrivoro: quando il cibo è un viaggio

Sabato è stato il mio primo Postrivoro, e viverlo mi ha dato modo di capire, a fondo, il concetto di irripetibilità: qualcosa che esiste per un certo numero di ore, un evento a cui assistere dalla nascita alla scomparsa, come un cantante che live esegue un pezzo inventato sul posto e che dimenticherà una volta uscito dalla sala.

Il Postrivoro è una cena, che mette insieme chef  “che facciano parte di importanti ristoranti europei o in procinto di aprire il loro proprio ristorante o che lo abbiano appena aperto “ e sommelier, in date e città diverse: poche settimane prima della cena si aprono le prenotazioni, e tocca essere velocissimi perché i posti – che sono sempre una ventina – vanno via rapidamente.
Sabato (e domenica) ha cucinato Leonardo Pereira, ex sous chef di Redzepi; ai vini c’era Andrea Fiorini del Magnolia di Cesenatico. L’allestimento lo ha curato Andrea Merendi.

Il Postrivoro è backstage, e imprevisti che vengono risolti alla moda romagnola, è un letto che si materializza a casa di un uomo che si chiama come il suo gatto, è Dispensa che non avevi ancora sfogliato e che puoi portare a casa, è cibo che scivola via da un menu scritto. È orto a pochi metri, è un insieme di persone che arrivano dalla Romagna e dall’Italia intera per dargli vita, ognuno col proprio contributo.

Non vi farò il racconto dei piatti: per quello trovate tutte le foto e le didascalie sulla pagina Facebook.

Non sarò precisa: per me che amo l’esattezza delle parole, in questo caso preferisco mostrarvi le macchie della tovaglia, il rossetto sul bicchiere, il risveglio del mattino dopo. Quello che accade durante la cena non può essere sillabato: il rischio è perdersi il succo più fresco, il risultato di una spremuta di impegno che deve essere goduto in quel momento.

E allora cosa è il Postrivoro, perché andarci? Qui vi do due motivi, scegliete voi quale.
Il primo è che il Postrivoro è uno dei pochi eventi food che mantiene, eleva, fa frizzare le promesse che mette su carta: finché non partecipi, non riesci a capire se l’unicità annunciata sia effettivamente reale o se sia uno slogan da buon marketing. Mentre sei lì, puoi toccarne la veridicità, e soffiare tu stesso dentro quella bolla umana di cibo e vino: il Postrivoro sei anche tu, a tavola con sconosciuti, mangiando un cibo che domani non ci sarà più, in una dimensione dove i sensi sono sospesi tra la parte più alta del cuore e quella più bassa dello stomaco. Ed è una crasi che rischia di renderti irrepetibilmente felice.

Il secondo motivo, più gastropugnettaro, è che il Postrivoro è una eloquente, godibilissima, efficace forma di ristorazione: non pop-up restaurant, non “evento esclusivo in una cornice esclusiva” , non dei foodies a caso che sono stati folgorati da un petto di quaglia di uno chef conosciuto. Quando all’inizio della cena Enrico Vignoli ha presentato lo chef, lo ha fatto con queste parole: “Il modo in cui cucini è il modo in cui racconti te stesso”. Il Postrivoro riesce non solo a raccontare la cultura dello chef e del sommelier della cena, ma a farla vivere ai partecipanti: lo fa con sensibilità, con leggerezza, con un impegno super professionale.

In fondo, perché vai a mangiare in un ristorante se non per scoprire, allargare, assaggiare una cultura diversa? I piatti non sono mai solo piatti: è un viaggio, guidato dallo chef e intrapreso da te, cullato dal sommelier e sostenuto da un luogo.
Qui al Postrivoro quel viaggio è goliardia, è umami, ed è bellissimo.

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