Dove trovarci a settembre: Festival della Letteratura, Blogfest, Foodwriting, DigitalRisto

Tra qualche giorno partiamo per le vacanze.
Le nostre valigie si sono animate e in questi giorni circolano per casa riempiendosi da sole: la voglia di andare via è immensa.
L’anno scorso non avevamo grandi budget, e non abbiamo viaggiato molto: quest’anno le trasferte sono state di lavoro, e siamo stati lontani l’uno dall’altro con una certa costanza.
Da una parte è un bene (ci ripetiamo sempre che l’anno in cui abbiamo vissuto separati è stato uno degli anni migliore per la nostra relazione): siamo entrambi due persone molto indipendenti, abituate a risolversi tante cose da soli, a non pesare sull’altro. C’è un reciproco, enorme, supporto di base, e un amore infinito.

Dall’altra parte mancarsi non è sempre stimolante, e ci sono stati molti momenti quest’anno in cui nella felicità di quel momento c’era un’assenza, ed era lui, o ero io. Siamo stati lontani, impegnati, siamo stati via: un po’ per crescere e diventare più grandi, per meritarci quel rispetto che col solo amore non diamo per assodato, un po’ perché viviamo due esistenze che ci piace tenere vive.
Abbiamo fatto tante scelte, e nel bene e nel male lo abbiamo fatto cercando di non viverle come rinunce ma come tasselli di una nostra crescita.

Ora potete capire che voglia che abbiamo di starcene un po’ per conto nostro (sabato andiamo a Collisioni, domenica partiamo per Amsterdam. Al ritorno riposeremo un po’ in montagna prima qui e poi qui).
E riuscite a immaginare la felicità di sapere che da settembre faremo qualcosa in più insieme: vi lascio degli appuntamenti, soprattutto formativi, dove ogni tanto a passarci microfono e parole saremo entrambi. Altre volte sarò da sola, ma conterò su di lui per farmi fare foto che testimonino cosa sta succedendo :)

* Il 6 settembre sarò al Festival Della Letteratura di Mantova, insieme a un team di donne speciali e a un appuntamento su libri, parole e cibo: insieme ad Roberta Schira Martina Liverani, Lisa Casali, Ilaria Mazzarotta e molte altre daremo vita a FOOD JOY: DONNE LIBRI CIBO, un calendario dove animeremo un angolo di Mantova tra gola, femminilità e parole.
L’evento è ideato e organizzato da Arianna Gandoli ed Elisabetta Arcari. Presto i dettagli.
* Dal 12 al 14 settembre ci trasferiamo a Rimini alla Blogfest: ci troverete all’interno dell’area food ad animare, moderare e partecipare a diversi panel. Questo sul vino, questo sulle Digital Pr, o questo sul foodwriting. Quest’anno ho dato una piccola mano sui contenuti food, insieme a Paola Sucato e Ilaria Mazzarotta.
* A proposito di foodwriting, tornano i corsi con Zandegù: il 4 ottobre a Milano nei Chiostri dell’Umanitaria, l’8 novembre a Torino al TAG.

* Prima, il 29 settembre, vado a Bologna insieme a Stefania Fregni e Valeria Moschet: ci siamo inventate DigitalRisto, il corso su Social media marketing e web reputation dedicato a chi si occupa di ristorazione.
Qui trovate le informazioni, spargete parola!
* Prima ancora, il 20 e il 21 settembre, andiamo a Bologna per chiacchierare di Nuova Editoria Gastronomicaad AlmaMBA dell’Università di Bologna in una tavola rotonda organizzata da Stefano Bonilli.

Poi a ottobre torna la Foodie Geek Dinner, ma ve lo racconto con calma.
Andiamo, stacchiamo e torniamo.
Buone vacanze a tutti!

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La Foodie Geek Dinner di Milano: la possibilità di una risata

Oggi è una settimana che si è svolta la Foodie Geek Dinner e trovo il tempo di scriverne.
Sono sul treno che torna da Roma, dove sono stata per la #GalleriaDelSaporeCirio.

Dal 26 giugno, non mi sono ancora fermata e non riuscirò fino al 20 luglio.
Però c’è una cosa che mi consola ed è una delle lezioni che ho imparato dalla Foodie Geek Dinner: comunque vada, anche nel turbinio degli impegni e degli imprevisti, esiste sempre la possibilità di una risata.
Come questa

Questa volta io e Francesca abbiamo collaborato poco, per questioni che la vita a volte va in una certa direzione: se da una parte questo è servito tantissimo a farmi le spalle ancora più larghe, dall’altra mi ha dato la consapevolezza che tutti i pochi momenti in cui abbiamo condiviso il punto della situazione sono stati il motore di leggerezza e gioia senza cui non saremmo andate avanti. Trovare una socia come lei, per attività piccole o grandi che siano, è una fortuna che capita poche volte.

Non conosco molti organizzatori di eventi che mettano a nudo le proprie attività in maniera così personale, ma credo dipenda dal fatto che la FGD è effettivamente una creatura fatta ogni giorno con le nostre mani e quelle di nessun altro: e poi, e questa è un’altra cosa su cui ragionavo in questi giorni, non riesco a non avere un pezzo di me stessa nelle cose che faccio, dove per fare intendo anche fatturare.

Come ho già scritto: questa è stata la prima cena che non ho praticamente visto svolgersi. Non ho mangiato nulla, mi sembra di non aver parlato con nessuno, perché ero tutta assorbita a coordinare, assicurarmi che le cose si svolgessero in un certo modo, sistemare le ultime cose.

Se dovessi scegliere cosa raccontarvi, oltre a mostrarvi le foto della serata, inizierei dal lavoro di Claudia, Stefano e Benedetta dei Tour De Fork: dall’ideazione del progetto dell’allestimento alla sua realizzazione, è stato un crescendo di stupore. Per le idee, la professionalità, la creatività e la capacità.
Qui uno dei tavoli allestiti.

Continuerei con Olivia, la bimba minuscola di Sabine: questa foto rappresenta un po’ la FGD, perché c’è una persona piccola che viene accolta solo perché è lì, con il meglio di sé che ognuno può dare. Sarò ingenua ma io sono convinta che la FGD sia anche amore, e che il network migliore spesso è quello incondizionato.


Non potrei non nominare il cibo che grazie a Eugenio Boer è stato spettacolare anche a questa cena, forse – mi azzardo – ancora di più delle altre.


(E grazie Emma, lei sa perché)

Tutto questo è stato contenuto all’interno della Food Genius Academy, che con pazienza ha gestito una corrispondenza che nemmeno in tempi di guerra, con disponibilità, sorrisi, e partecipazione: grazie Desirè, Chiara, Alessandra e Antonio.

Quando all’inizio della serata ringraziamo gli sponsor, il rischio è sempre quello che sembri l’elenco della spesa: il valore di quel grazie per noi però è importantissimo, perché senza di loro questo progetto non esisterebbe.
E aggiungo anche una considerazione, un po’ polemica: quando sento che gli eventi sponsor free sono più “etici” di altri, ecco, io rido. Perché credo che ogni collaborazione commerciale possa solo ampliare le prospettive se gestita bene, con intelligenza e con un obiettivo comune che è quello di valorizzare le persone. Quindi grazie agli sponsor, tutti, della Foodie Geek Dinner e di tutti gli eventi al mondo perché il vostro investimento crea opportunità di crescita e di sviluppo che altrimenti non sarebbero possibili.
Vi ringrazio quindi tutti, con sincerità: Cirio, Visto che buono, Haribo, Lavazza, Ford , Ron Varadero, Tannico, Acqua Alisea, Guardini, Gribaudo, Tablecloths, Tucano, Halldis, Almaverde Bio Market, Hasbro, Uber Italia, Longplate, Party Rental, Vipot, Smartbox, Eshirt.
Grazie al Web Media Partner della serata, Salepepe.it, e al Social Media Partner Instagramers Italia.

Le prossime tappe della Foodie Geek Dinner saranno a Bari e Torino: volete partecipare? Scriveteci a foodiegeekdinner@gmail.com
Il viaggio nel cibo e nell’Italia ricomincia.

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Dieci cose che non vedo l’ora di fare questa estate

Fino a qualche tempo fa odiavo le #cose.
Le “cose”, per me, erano quel sostituto indefinito di un’entità immateriale proprio perché grammaticalmente indefinita: ci vuole poco a esalare un sospiro e a desiderare una “cosa”. Facile così, pensavo: basta un atteggiamento anelante per sembrare migliori dell’uomo medio. Non importa più l’oggetto del desiderio, ma è sufficiente l’atto del tendere per darci un tono.

Non so se capite cosa intendo: il mondo è pieno di persone che hanno le tasche piene di “cose”, spesso di poco conto. Per strada, dovunque ti volti, ci sono persone che sono fatte di poco ma che come box di burro sanno imbottirsi di zucchero, farina, storie, desideri: la loro costituzione è fatta di tre elementi, ma sanno apparire molto più complessi perché sanno raccontare i loro desideri e questo gli dà il peso delle “cose” che desiderano.
Non importa quanti libri hai letto se il tuo desiderio è di scoprire le vecchie biblioteche rintanate sulle cime delle Ande e leggere le parole nella lingua delle nuvole: ecco che la “cosa” che desiderano non ha nessun rapporto con la realtà, né con loro, ed è solo una “cosa”che prendono dalla tasca, ti mostrano e poi fanno cascare per terra.
Le “cose” spesso non sono cose loro, ma aria bella da spruzzarsi addosso.

Poi ho cambiato idea, e l’ho fatto grazie alle #3cosebelle di Fraintesa e #unacosaalgiorno, la newsletter di Rocco, Claudia e Alessandro che ogni giorno mi regala attimi di spessore, di attrito e di deglutizione (e non te le aspetti, dalle “cose”).

Ecco quindi le dieci cose che non vedo l’ora di fare questa estate, che come avrete capito dal preambolo un po’ sono vere, un po’ sono mie, un po’ sono per le persone che hanno bisogno di cose vere da desiderare:
1. Vedere la realtà della Foodie Geek Dinner di Milano questo giovedì
2. Alle 19, spegnere il pc e leggere fuori al balcone con un po’ di brezza
3. Vedere una città nuova: Amsterdam
4. Viaggiare in macchina verso Bari, e svegliarmi in mezzo al bianco della Puglia
5. Aspettare settembre
6. Immaginare il 2015 facendo uno sgarbo alla mia comfort zone
7. Staccare pezzetti di me, e sbriciolarli
8. Trovare la location per un progetto in cui credo tanto, e che non ho il tempo di seguire come vorrei
9. Tenere fede alla fiducia di oggi
10. Chiudere questa prima parte dell’anno, e fare un elenco delle grandi cose da fare per il 2014.

E voi, lo trovate il tempo di capire cosa desiderate?

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La ricerca della felicità (e di Amsterdam)

* Disclaimer: volevo parlare di gelati e ho finito col parlare di conquista della felicità.
Sapete com’è l’estate: lucciole, gocce, giornate lunghe.

Qui siamo felici.

Esausti sì, ma felici di questo presente.
C’è chi ha paura di affondare le mani nella serenità, chi per natura la rimanda e chi la scosta temendo che “tanto la delusione è dietro l’angolo”.
Qui invece appena abbiamo un’ora libera e dieci euro in più non pensiamo ad altro che a goderceli: forse perché siamo stati a lungo precari sentendoci precari, forse perché abbiamo fatto pace con una progettualità a breve termine, ma abbiamo imparato velocemente a mettere la puntina del giradischi sulla musica che amiamo per ballarla e cantarla ogni volta che possiamo.

Col cibo funziona nello stesso modo: ogni volta che possiamo, usciamo a cena fuori per goderci noi, il cibo, le persone, i contesti. Altrimenti, in casa anche la cena più semplice è servita nei piatti che abbiamo acquistato per rendere bella la nostra dispensa. Dentro ci sono gli ingredienti che abbiamo acquistato insieme quella volta nel negozio lì, o in quel mercato il giorno dopo che abbiamo visto quel film.

Non so se sia solo questione d’amore, questa confidenza con la felicità.
Diciamo che abbiamo appreso come si crea, la felicità, quale è lo schema di cose e di stimoli che ci fanno sorridere: li cercheremmo in maniera indipendente anche se l’altro non ci fosse, certo, ma intanto abbiamo imparato insieme come funziona la spinta per andare avanti.

Avevo iniziato questo post per parlarvi di gelati, dei treni che dalla prossima settimana mi porteranno a Roma, Napoli, Bari (ho il tempo di un caffè, ci siete?), della nuova Foodie Geek Dinner. E soprattutto di Amsterdam, dove andremo a fine luglio per cinque giorni.

Poi mi sono distratta, pensando che ad Amsterdam ci andremo per vedere una nuova città insieme, per stimoli umani, estetici, culinari; che i viaggi si fanno perché si ha voglia di vivere di più. E che la voglia di avere, amare, mangiare, leggere di più crea quello spessore tra la quotidianità e la meraviglia che garantiscono la ricerca incessante della felicità che è un po’ la felicità stessa.
Per quanto sia delicato parlare di questo stato d’animo che nonostante sia la cosa più bella del mondo ogni tanto risulta offensiva (come se la quantità di serenità che ho io oggi  privasse te di qualcosa domani), credo che sia importante ogni tanto mettere per iscritto che basta affacciarsi alla finestra, godersi una luna piena e strabiliante per essere felici.

Via i piani d’azione, benvenuti gli obiettivi e i sogni di qualsiasi dimensione.
E benvenuti i vostri consigli su Amsterdam, di qualsiasi tipo :)

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Un bacio all’Italia: #LuceVenini, o di un weekend italiano

Ogni tanto rischi di dimenticarti l’Italia, di perderla di vista.
Capita spesso, perché la routine è fatta di metro, uffici, passeggiate frettolose, sguardi su smartphone e su agende: eppure viviamo in un Paese che meriterebbe un trasporto e un corteggiamento continui.
Un applauso a scena aperta, in mezzo alle piazze.

Ci pensavo questo weekend, che ho trascorso a Murano immersa in ogni bellezza possibile.
Ero lì insieme a Luce della Vite, l’azienda della famiglia Frescobaldi che produce i suoi vini a Montalcino, in Toscana: qui produce Luce, unione inedita di Merlot e Sangiovese pensata e voluta da due famiglie che sono parte della storia del vino, Frescobaldi e Mondavi.
Dalla Toscana a Murano passando per Venini, la famosa azienda vetraia: qui (nella Fornace!) è stato mostrato e presentato Fiori di Luce*, un trittico di vasi di Venini per Luce, edizioni speciali di “Calla”, un classico disegnato da Tyra Lundgrene presentato per la prima volta alla Biennale di Venezia del 1948.
* [Dove ho scoperto che fotografare il rosso è complicatissimo]


Vetro e vino, sabbia e terra che si sono uniti per Casa di Luce, il progetto di Luce di cui trovate più informazioni a questo link.

Mentre Lamberto Frescobaldi parlava del vino e Giancarlo Chimento del vetro, ho visto esattamente quello che non è stato raccontato ma che era lì, evidente: un lavoro in nome dell’eccellenza, due famiglie italiane che hanno scelto due pezzi d’Italia meravigliosi e li hanno valorizzati. Creando lavoro, prodotti straordinari, storie.

Durante la degustazione Lamberto Frescobaldi ci raccontava che “alla base del vino e delle cose commestibili c’è la curiosità”: per assaggiare e scoprire devi aver voglia di guardarti intorno, e goderti le cose buone del mondo.
Prima di quello c’è la capacità di sognare, che credo sia il tratto distintivo dei migliori imprenditori (italiani e non): gli italiani hanno la possibilità di farlo partendo dal suolo che calpestano e dagli alberi che innestano, ed è un miracolo che sarebbe sciocco mettere da parte.

Ho bevuto il Lucente e il Luce, e mi sono innamorata del secondo: un vino dal frutto potentissimo al naso, strutturato, chiara espressione di specifici vigneti, capace di invecchiare con classe, e di fare compagnia a piatti importanti come a momenti di felicità.
Quando gli chiediamo un abbinamento, il Marchese ci spiazza tutti e ci regala la sua ricetta degli spaghetti con le cipolle: affetta tante cipolle e le fa soffriggere lentamente con un goccio d’acqua e del fondo scuro, a lungo, finché non son morbide.  Poi unisce una buona dose di burro e parmigiano e ci condisce gli spaghetti.

Il lunedì abbiamo visitato la Fornace di Venini, e sono tornata bambina, merito anche della piacevolissima compagnia di Paolo Campana.
Ci lavorano circa 70 persone, molte fanno un lavoro durissimo, ma solo vedendo esattamente cosa c’è dietro la lavorazione del vetro capisci il costo di una certa artigianalità.

Allora, lo diamo un bacio all’Italia?

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Due nuove #CoseBelle a Torino

È da tantissimo che le #CoseBelle a Torino giacciono in una cartella del pc.
Succede sempre così: ti fai folgorare da quello che non ti è familiare.
Arrivi in una città ed è tutto esaltante, assaggi una combinazione di ingredienti e non smetti di urlettare d’entusiasmo, vedi nuovi volti e ti appaiono tutti belli.

Dopo due anni a Torino, mi entusiasmo di meno, e la giro ancora meno: lavoro al 90% solo su Milano, motivo per cui visito non quanto vorrei questa città. C’è che poi molte cose, cessata l’infatuazione adolescenziale, le vedi in un’altra ottica: oh sì, viva l’artigianato l’handmade, i plin, le pastiglie colorate e il cioccolato, ma poi?

Ognuno ha i suoi criteri, e il mio è che le masse mi hanno sempre annoiato: amo l’individualità, la persona che non assomiglia a nessun altro, la riflessione a cui nessuno è arrivato. L’oggetto che pochi portano, l’accessorio che fa di te quello che sei, il piatto da fotografare costruito da un designer che ambisce al massimo. Mi piacerebbe quindi che a Torino ci fosse molta più soggettività, meno conformismo e meno battesimi di folle adoranti rispetto a tendenze senza qualità, mentre qui molti lavorano tarandosi su quello che già piace, o che incontri il gusto dei più.

In questo post vi segnalo due indirizzi: uno fa un’ottima selezione di accessori, l’altro produce ceramiche molto carine e davvero resistenti.

Les Coquettes è un negozio che vende accessori e capi d’abbigliamento vintage d’ispirazione francese: da lì arrivano i miei orecchini con le rondini verde acqua che mi vedete spessissimo. In pochi metri quadri sono accatastati tantissimi oggetti, valigie d’epoca comprese, e l’invito alla scoperta è chiaro: per vedere tutti gli oggetti, bisogna aprire i cassetti e concedersi un po’ di tempo a esplorare. Prezzi amichevoli e selezione che premia l’artigianato di qualità.

Unomi è il laboratorio di Cristina Boselli, arteterapeuta, che in un negozio centralissimo ha aperto una seconda sede del suo laboratorio (finora in Corso Casale): lo spazio è immenso e l’impressione, entrando in questo locale, è che il modernariato cresca sugli alberi qui a Torino, o che esistono più persone del normale che hanno accesso a madie e marmi che altrove slogano la mascella per la meraviglia. Da Unomi potete trovare piatti, vassoi, tazzine e oggetti di impalpabile leggerezza: colori delicati, ispirazioni di mare e di acquerello e – nota per le sciure – lavabili in lavastoviglie. Per i torinesi: i piatti di Unomi li trovate anche al Consorzio. Il poggia tazze mi è costato 4 euro, il piatto ovale sui 10.

Les Coquettes è in                Unomi è in
Via Barbaroux 33/c                   Via Principe Amedeo 52
10122 Torino                               10123 Torino
Tel 0117641825                           Tel 335830 0084

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Ortinfestival: festival gastronomico degli orti contemporanei

Un post di cui mi vergogno un po’ vista la scarsità di contenuti, ma prometto di tornare dopo per raccontarvelo meglio.

Ci tenevo a dirvi di Ortinfestival perché, almeno da lontano, sembra uno di quegli eventi a cui vale la pena andare, nel senso: venite in Piemonte.
Venite a Torino, scoprire la Reggia di Venaria e fatelo in occasione di Ortinfestival.
Il programma è pieno in maniera imbarazzante, e lo trovate qui.

Che cerchiate showcooking, mercati, visite didattiche, laboratori, c’è tutto.
Noi ci siamo prenotati per Pietro Leeman e per Takashi Kido il 2 giugno, per scoprire l’Orto in verticale con gli architetti di Studio999 e per esplorare la Reggia.

Ortinfestival si tiene nei Giardini della Reggia di Venaria, venerdì 30 maggio dalle ore 16.30 fino all’imbrunire e da sabato 31 maggio a lunedì 2 giugno dalle ore 9.30.
L’ingresso costa 8 euro, qui trovate tutte le info.

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Uno sguardo sui foodblog #3: osservatorio a giugno 2014

Pensavo che lo avrei aggiornato più spesso quel famoso osservatorio dei foodblogger, o che avrei segnalato tante altre #3cosebelle, ma invece sono stata incostante: uno dei motivi è che in quell’osservatorio ci sono cascata io, diventando digital pr eccetera eccetera.
Questo si è tradotto in un tempo passato ad agire che ha tolto un po’ di spazio all’osservazione.

Poi nel frattempo ho scritto un libro che mi ha fatto venire voglia di riprendere in mano questo spazio: in “Ricette per un anno da freelance” dedico il capitolo finale alle libere professioni del food, e uno dei capitoletti si chiama Non siate popolari: siate bravi. Ne estrapolo un paio di righe:
“Credo che sia il caso di dirlo chiaramente: i numeri non vi pagheranno l’affitto [...] L’essere conosciuti / popolari – qualsiasi cosa voglia dire- aumenterà le occasioni di essere contattati da aziende, renderà più facile ottenere un appuntamento, o essere invitati a evento: una volta che siete lì,  però, un sorriso non vi salverà. Se non avete qualcosa da dire, se non sapete come monetizzare un’opportunità, se mancate di iniziativa, l’essere riconosciuti vi garantirà solo tartine e qualche viaggio, e anche per poco.”

Insomma, se dal blog state pensando di passare a un lavoro, tocca studiare e formarsi.
Qui vi mostro / presento dei foodblogger che oltre a creare contenuti per il proprio blog hanno una professionalità che va oltre: c’è chi li ha visti e li ha apprezzati, al punto di volerli come collaboratori sui propri progetti.

C’è Francesca Sponchia, che da MilanoLovesFood è diventata responsabile dei contenuti di Jamie Magazine Italia, la bellissima rivista che localizza in Italia quella originale inglese di Jamie Oliver: tra i collaboratori ci sono Monica Papagna, Ilaria Mazzarotta, Claudia Minnella, la sottoscritta e tanti altri bravissimi blogger e giornalisti.

Veruska Anconitano vive a Dublino ed è la Cuochina Sopraffina: nella vita è Senior Content Manager per Groupon Mag, il progetto di Groupon che sta creando contenuti di qualità intorno al cibo, allo shopping e ai viaggi nelle diverse città (qui ad esempio Torino). Anche qui ci lavora un team valoroso fatto tra gli altri da Francesca Gonzales, Rossella Di Bidino e Chiara Maci.

Sempre citati e amati, ci sono I calycanthi che scrivono sul Corriere, insieme a – ogni tanto – la sottoscritta.

C’è Virginia Simoni, blogger di Ragoût Food, che da qualche mese è Content Manager di Sale&Pepe.it, il nuovo magazine online della rivista Sale&Pepe.

Silvia, che ho conosciuto da amante della pizza e studentessa di Scienze Gastronomiche: lei e Marcella sapevano raccontare il cibo in maniera sublime, lofacevano su All Around Food e studiavano come matte per farlo sempre meglio. Ora Silvia è redattrice per il mensile de la Cucina Italiana.

C’è Claudia Minnella che dalle pr di un’azienda vinicola ha lavorato nella comunicazione in altri settori: nel frattempo ha aperto un blog e capito che il food poteva essere il suo settore, così nel 2013 ha iniziato a lavorare come ufficio stampa freelance nel mondo del cibo, per aziende e ristoranti.

Last but non least, Anna Maria Simonini, che da The Kitchen Times ha collaborato con diverse agenzie: ora, insieme a CrowdM è Social Media Manager per Piattoforte, il sito di gastronomia di Giunti.

Scommetto che se avessi la pazienza e il tempo di rimpolpare questo osservatorio, tra un anno traboccherebbe di nuovi nomi e spunti: intanto segnalatemi quelli che già conoscete nei commenti o via mail. Grazie!

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Ricette per un anno da freelance: il mio libro in uscita domani

[AGGIORNAMENTO POST: ecco dove acquistarlo
Amazon: http://amzn.to/1ngPYom
Bookrepublic: http://bit.ly/R2Yg8o
E in tutte le altre librerie online]

A marzo del 2013 sono diventata freelance, a giugno dello stesso anno ho partecipato al Freelance Camp di Marina Romea con uno speech sulle libere professioni del food: quell’anno Miriam Bertoli chiese ai partecipanti chi di loro volesse scrivere un libro e molti alzarono la mano.
Io non fui tra quelle.

Nel frattempo è uscito Gemme del Gusto e oggi 40k pubblica il mio primo libro come autrice, Ricette per un anno da freelance che sarà disponibile da domani in tutte le librerie online.

È un libricino agile, in formato ebook, per chi sta diventando freelance e non sa come farlo. O lo sa e ha paura di sbagliare. O ha sbagliato e non riesce a risollevarsi. È un libro per tutti, e anche per chi vuole lavorare nel mondo del food: l’ultimo capitolo è infatti dedicato a loro, con una serie di consigli da interna del settore.

Cosa è successo è qualcosa che non è facile da raccontare, ma ci provo, perché credo che al di là di tutte le strategie arrivi il momento in cui la trasparenza è necessaria.

Ho iniziato questo anno in maniera difficile, da diversi punti di vista: avevo pochi clienti, avevo paura, ero infelice, ed ero immobile. Il 2014 mi ha rovesciato addosso la stanchezza del 2013 e il primo bilancio dell’attività da freelance: sorpresa, non era positivo come avrei sperato.
Ma come, mi dicevo, ho lavorato tantissimo, non mi sono mai fermata, ho fatto le cose in modo giusto: dove ho sbagliato?

Ho cominciato a pensare in maniera martellante di non essere capace: di gestire i clienti, di trovarne di nuovi, di fare rete, di saper pensare e collaborare. Certo, stavo esagerando, la mia parte razionale lo sapeva: ma quella emotiva e immatura era serenamente determinata ad avere la meglio e così è stato.

Sono stati mesi di autocritica perfida nonostante i lavori stessero procedendo alla grande, i clienti fossero felici, colleghi e amici dimostrassero sempre la loro stima: continuavo ad andare avanti e andavo avanti, provando a sospendermi sopra me stessa per non farmi agganciare dai miei pensieri neri.

Poi, lentamente, ho capito, e l’ho scritto: “C’è chi considera gli sbagli come una specie di via salvifica all’evoluzione, e chi deve lottare per ammetterli e affrontarli, prima di tutto ribaltando l’immagine che ha di se stesso. Uno degli elementi più importanti dell’essere freelance è saper cambiare paradigma e il primo paradigma da cambiare, spesso, siamo noi.”.

E allora ho preso i miei sbagli, limiti, brutture, voracità e ci ho fatto la pace, smettendo di torturarmi: nel e per farlo ho scritto questo libro, mettendo in ordine sulla carta le cose esatte che ho sbagliato, quelle che avrei potuto fare meglio, quelle che ho imparato. Pensandole per chi si troverà in quella stessa situazione e non saprà come procedere, per chi si fa immobilizzare dagli imprevisti, per chi inizia e non sa dove andare.

Sarò felice per chiunque di voi lo legga e gli sia minimamente utile, per chi, leggendo quella riga, trovi un consiglio non richiesto o un conforto nella condivisione: intanto ringrazio Daria e 40K per questa opportunità, e per la genialata della scelta della copertina hotdog o cupcake.
Da domani il libro sarà disponibile in tutte le librerie online.
Che dire: accattativillo e datemi i vostri feedback.

E: ci vediamo al Freelance Camp!

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Insal’Arte + Milano Food Week + Stefania Corrado + blog

L’anno scorso ero alla Milano Food Week con Francesca a preparare imbarazzanti dolci a forma di Pinterest insieme a Marco e Rocco.
Quest’anno tocca essere più seri, ma, fortunatamente, sempre in compagnia di belle persone: sabato 17 e domenica 18 mi troverete all’Appartamento Lago, insieme alla cheffa Stefania Corrado e un mondo di insolite insalate.


Per due giorni le cucine dell’Appartamento Lago in Via Brera, 30 saranno dedicate alla rivisitazione & rivoluzione delle insalate di Insal’Arte, che verranno trasformate in chips, ghiaccioli, smoothies, pesti: ecco che delle verdure attentamente selezionate e già lavate si tramutano in portate che non immaginavate finora.

E io cosa farò oltre ad aprire le buste con il mio inconfutabile tocco di stile?
(Sì, basterebbe anche quello, però)

Sarò a fianco di Stefania per raccontare la preparazione dei piatti, svelando le proprietà dei diversi ingredienti e le ricette ai fortunati che le assageranno.
Ma non solo: la creatività e l’audacia caratterizzano i bravi chef e i talentuosi foodblogger. Quando mi è stato chiesto di raccontare degli “utili suggerimenti per realizzare un blog di successo“, ho pensato a quei blogger che, come le insalate, hanno nella loro natura caratteristiche di bontà e qualità, ma che hanno fatto quello scatto in più giocando la carta dell’audacia, provando a scommettere su un elemento a sorpresa, e che sono stati premiati dalla loro capacità di mettersi in gioco.
Di me dirò che sono brava a imparare, ma se c’è qualcuno da copiare sono loro: Giulia Scarpaleggia, Lisa Casali, La Cucina di Calycanthus, Cavoletto di Bruxelles e molti altri.

Gli appuntamenti sono sabato 17 maggio alle 10.30, 12.00, 14.00, 15.30 e 17.30 e domenica 18 alle 14.00, 15.30 e 17.30, presso l’Appartamento Lago in via Brera 30.
L’ingresso è gratuito e per partecipare è necessario registrarsi a questo link.

Io e Stefania vi aspettiamo :-)

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