Salvare il mondo con le Digital Pr

Qualche giorno fa su Facebook ho pubblicato questo estratto del libro che sto leggendo (Existential Marketing, di Stefano Gnasso e Paolo Iabichino, ed. Hoepli), accompagnando l’immagine con queste parole “Lunedì mattina, due ore di sonno, letture di marketing: se capisco questo passaggio, mi sono guadagnata una settimana in discesa. Si accettano suggerimenti.”

Da lì a qualche ora si sono scatenate delle sorprendenti supercazzole, perché la mia gente dell’internet è burlona e ironica (la palma web va a Lorenzo Zonin con “Mi ricordo quando “liminoidi” sotto casa con la mia ragazza”).
Io però sono una che quando non capisce, s’ostina. E se non capisce, interpreta. Quando interpreto, rifletto. Quello che segue è quindi un approfondimento neuronale di quel passaggio, che credo verrà utile a tutti coloro che si occupano di Digital Strategy come la sottoscritta.

Cominciamo col dirvi che cosa ho capito di questo paragrafo: nel campo del marketing e della comunicazione finora abbiamo assistito a strategie che mettono in campo esperienze superficiali per i loro consumatori, laddove il consumatore prototipico è una persona alla ricerca di sensazioni ludiche, di entusiasmo, di incantesimi. Di urla collettive, di toooooop, di selfie di gruppo, di uno gnam! che arriva ancora prima dell’assaggio.
Conosciamo in molti questo modo di agire: molti progetti digital si basano su un coinvolgimento che strappa la persona (blogger, cliente, influencer) dal suo flusso di incombenze quotidiane e lo trasporta in una dimensione emotiva dove l’oggetto che sta al centro di questa dimensione catalizza vissuti e desideri che generano meraviglia, nostalgia, entusiasmo. Sensazioni che durano un’ora, una settimana, e poi passano. È questo essere liminoide (cioè: qualcosa che ha un potenziale di trasformazione ma nessuna oggettività di radicarsi) che, secondo l’autore e secondo me, non basta più.
E quindi? Come dobbiamo pensare? Cosa possiamo proporre, e a chi?
Gnasso sostiene che il marketing debba restituire esperienze che siano pregne di senso dal punto di vista collettivo: “il prodotto o servizio deve sapere rispondere a una richiesta di senso che orienti e giustifichi l’agire quotidiano, sradicandolo dalla concezione individuale per inserirlo e radicarlo all’interno di un processo sociale che a sua volta sia in grado di consolidare un’identità frammentaria e contraddittoria”.
Bisogna, in parole povere ma in concetti spaventosi, pensare in maniera liminale, ossia creando dei progetti che siano “in grado di trasformare gli uomini e le comunità”.
Questa frase suona davvero come un monito epocale, e comprendo che possa destare malumori in chi, addetto alla comunicazione, si ritrova costretto a prendere in esame un cambiamento che può risultare fuori dalla sua portata: ma come, non solo devo pensare al logo, alla newsletter, al SEO, ai blogger, al corriere che mi deve recapitare il pacco, ma devo pure salvare il mondo?
Quello che segue è un elenco personale di passaggi che, applicati ai vostri progetti, li orientano in maniera semplice verso la costruzione di un senso comune e, perché no, di un mondo migliore.

1.    Nella fase preliminare della strategia di comunicazione, quando tocca individuare quali contenuti  vogliamo trasmettere, e con quale tono, premete ciò che, trasformato in una narrazione, sopperisce a un bisogno di comunità, piccola o grande: se producete pomodori, calamite, o tenete  corsi di yoga, ideate un mondo in cui il consumo o l’utilizzo offrano vantaggi alla rete del vostro consumatore. Una ricetta da personalizzare in due, un omaggio che sorprenda un amico, un pdf da inviare al collega: regalate convivialità, e benessere, in un click.
2.    Ideate dei progetti che permettano alle persone di pensare a e di parlare della loro visione di cambiamento: il vostro cliente produce tazze da tè, servizi di traduzione, biscotti per celiaci? Chiedetegli di raccontare cosa significa disfarsi di un oggetto per fare spazio a uno nuovo, come impiegherà il tempo guadagnato, in che modo preparare uno starter kit per ospitare una persona affetta da celiachia. Fate circolare i racconti di chi ha fatto del proprio cambiamento un salto verso il benessere.
3.    Parlate del vostro lavoro, e dei vostri fallimenti: gli sbagli ci rendono umani, ma non solo. Permettono a chi ci segue di rafforzare un’idea del mondo dove non esiste la vittoria, ma l’impegno, la capacità di imparare dai propri errori, e la trasparenza di raccontare il vostro percorso. Siete imprenditori, marketing manager, digital pr, artigiani: quello che comunicate vi mette nella condizione di rendere umano un brand, che sia una lattina fallata o una newsletter che ha come oggetto PROVA NEWSLETTER N. 1. Fate ridere, siate utili, siate di ispirazione per chi si sente imperfetto, per chi ha paura di non riuscire a fare tutto, per chi è umano e cerca un altro umano.

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Il senso di un viaggio in Thailandia

Sembra passato un secolo dal mio viaggio in Thailandia, eppure sono tornata meno di un mese fa. Andare dall’altra parte del mondo, da sola, per dieci giorni, ha avuto l’effetto di riallinearmi con una serie di elementi che negli ultimi mesi si erano rattrappiti: prima di tutto la voglia, e la capacità, di stare bene.
La possibilità di individuare dei modi di essere felice dentro di me, a prescindere dal contesto.
Sì, certo: c’era Bangkok intorno a me, c’erano gli atolli, le stelle marine.
Ma il vero viaggio è stato fermare la mia testa e aprire il mio cuore, soprattutto in quei momenti in cui quello che c’era intorno non mi piaceva: la vera sorpresa è stata la superfluità di condizioni che altrove sarebbero state determinanti per il mio umore. Ho imparato che con un po’ di coraggio, e la capacità di godermi il presente, posso stare bene più o meno dovunque.

Ho tenuto un diario durante il viaggio, e scrivevo così a Bangkok

“Ho scelto dei punti, delle tappe, ma poi ho stropicciato la mappa e lasciato passare i taxi. In giro con i miei piedi, facendo piccole cose che mi spaventavano: di fronte a ogni paura ho fatto così: ho osservato, mi sono fermata, ho fatto una pausa guardando, e mi sono detto “in qualche modo si farà”. Ed è andata.
Scomparire a me stessa oggi è stato quello che mi ha permesso di essere serena”.

Scomparire, smettere di pensarsi, di giudicarsi.

Dopo essere tornata da Kho Rok ho scritto:

“Le cose sono cose: il mare, il cielo, il cibo, gli uccelli, le cimici, le altezze, i difetti della pelle. Possiamo scegliere di vederle da una prospettiva di ansia e allora le dirigeremmo verso un finale catastrofico. Ma diminuire le proprie paure si può”.

Vedete: a 34 anni sono una persona che ha tante cose per cui essere felice, ma più di tutto conta la voglia e la capacità di esserlo. Viaggiare in un paese come la Thailandia in cui il caos vive nello stesso spazio della meditazione, dove una metropoli come Bangkok può esaltare ogni corda del tuo cervello e un luogo come Patong oscurare ogni cellula del tuo cuore, ha contribuito a farmi ritrovare un equilibrio che si può riassumere in: “smetti di fare proiezioni”.

So che magari non è il post sulla Thailandia che vi aspettavate, e che più di tutto volete sapere dove ho mangiato: seguirà un post anche su quello, oppure potete fare come ho fatto io.
Perdetevi.

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Il bilancio di un anno da Foodstrategist

Prima di parlarvi del viaggio in Thailandia (che sto raccontando in parte sul blog di Manfrotto) volevo condividere con voi il bilancio di questo secondo anno da freelance: come già detto altrove, non sono una particolarmente affezionata ai bilanci e alle somme, perché per attitudine mi piace vedere la vita come un progetto in divenire che in ogni momento può essere modificato, con o senza la nostra volontà.
Mettere dei punti, fermarsi, ripartire: si può fare in ogni momento del nostro presente, perché aspettare il 31 del mese?
Qui vorrei parlarvi di due cose molto specifiche:
1. Il mio bilancio economico (che credo possa essere utile a molti)
2. Cosa mi aspetto dal punto di vista professionale dal 2015 e come mi sto impegnando affinché accada.

Iniziamo dai soldi.
Nel 2014 ho tenuto i conti di ogni euro che ho speso: l’ho fatto in un file excel banalmente, ma so che ci sono ottime app che fanno questo lavoro e libri utili per imparare *
(Francesca consiglia YNAB, Barbara parla di Kakebo su C+B)
All’inizio dell’anno ho fatto i conti e questo è il risultato


(In varie ci sono i gatti, i libri, le spese di casa)
Quindi:

  • Ho speso di più per mangiare fuori che per fare la spesa
  • Ho viaggiato parecchio e preso tanti treni
  • Ho investito una cifra considerevole nella cura di me stessa (leggi tono ironico in “investito”)
  • Ho goduto di buona salute
  • Ho fatto due signore vacanze

Per il 2015 aumenterà una voce in maniera considerevole: commercialista e tasse (sono uscita dal regime dei minimi, per cui darò il mio 50% dei guadagni in tasse).
Il mio obiettivo dell’anno è quindi quello di ridurre le spese relative allo shopping, alle cene fuori (preparatevi a essere invitati a casa), ai viaggi (vogliamo fare una riunione? Evviva Skype), e aumentare altri costi: formazione e sito (direi che è ora di cambiare faccia e anima a questo blog).
Perché è stato utile ripercorrere i miei costi?

  • Per sapere cosa mantenere, cosa tagliare, su cosa investire
  • Per capire quanto farmi pagare

Secondo punto (SEO, lo so che è un post lunghissimo, ma confido in lettori benevoli): cosa farò nel 2015?
Nel 2014 la maggior parte delle mie entrate è arrivata dalle Digital Pr e dagli eventi.
Ora, le Digital Pr sono spesso parte di una Digital Strategy più ampia, che è quella che mi appassiona di più e soprattutto è il lavoro che permette di fare la differenza quando si tratta di creare, tradurre, e comunicare un brand dandogli una voce e una storia: nel 2014 questo lavoro si è accavallato con quello delle Pr, ma vorrei che diventasse il lavoro principale.
Perché?

  • È più divertente ideare una strategia che seguirne un pezzetto;
  • È il modo più sensato di mettere a frutto la mia esperienza nel food;
  • È la maniera più intelligente di creare un progetto con obiettivi chiari dall’inizio e di risparmiare risorse e tempo.

Come farlo?

  • Pubblicizzandolo sul sito: ho eliminato la voce Social Media dai miei servizi e inserito quella di Digital Strategy)
  • Migliorando le sales pages del mio sito (imparando da Enrica Crivello);
  • Approfondendo: leggo libri, frequento corsi a pagamento, studio online.
  • Formando: il corso di Digital Pr che farò con Zandegù il 31 gennaio sarà solo il primo di una serie.
  • Cercando clienti che non siano già online, e questo vuol dire andare a convegni, fiere, eventi.

Termino con qualche lettura utile per il freelance timoroso di capire cosa vuole, chi è, quanto farsi pagare:

Spero che questo riassunto vi sia stato utile: da parte mia credo che sarà un anno impegnativo, ma con meno ansie del 2014. Ed è già moltissimo.

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Libri di cucina da regalare a Natale

Quest’anno passerò Natale in Thailandia, e (anche) per questo sento molto meno questa festività rispetto agli altri anni: non per questo ho rinunciato a fare regali – pochissimi ma sentiti e soprattutto a riceverne.
In questo post vi parlo di alcuni libri che ho letto in questo periodo, che credo possano essere ottimi regali per gli appassionati di cibo.

Giuseppino
di Sara Porro
Utet, 14 euro di carta, 7,99 per Kindle
La premessa è che di Joe Bastianich non mi interessava granché prima di leggere questo libro, e invece mi sono ritrovata a divorarlo: merito della scrittura di Sara Porro, che come per il tennis raccontato in Open di Agassi riesce a rendere interessante un settore anche per chi non ne fa parte. Giuseppino racconta la storia di Joe Bastianich, che è quella di una famiglia, di un modo di lavorare e di fare televisione, e di un’Italia che lo ha accolto e che gli ha insegnato a bere, e i sapori di certi ingredienti. Bello bello bello.

L’appetito dell’imperatore
di Franco Cardini
Mondadori, 19 euro di carta, 10,99 per Kindle
Cosa mangiava Napoleone? Qual è stato l’ultimo pasto di San Francesco? Se credete che il cibo sia solo nutrimento, questo libro vi farà cambiare idea: attraverso i pasti di diversi personaggi storici, Cardini ricostruisce la storia di epoche e popolazioni. E la farcisce con quelle ricette, ricostruite fedelmente e qui riproposte per dei pasti che sanno delle culture che hanno fatto arrivare a oggi.

L’arte del sake
di Toshiro Kuroda
Ippocampo, 25 euro
Al Salone del Gusto di quest’anno ho assaggiato diversi sake, anche grazie a Marco Massarotto e alla sua Via del Sake. Mi ero riproposta di saperne di più e quando questo libro è uscito l’ho letto con una certa ansia da conoscenza: ok, ora sono ferratissima. Dalla lavorazione del sake alle case di produzione più attente fino a una serie di ricette di grandi chef a base di sake, Kuroda mi permette di non arrivare impreparati al prossimo Salone.

Cotto a puntino
di Guillame Long
Bao Publishing, 12 euro
Che il cibo a fumetti mi piaccia non è un mistero: così come avviene anche in queste pagine di Cotto a puntino, quando è disegnato e fumettato il cibo mostra con vigore tutta la sua personalità. Una vignetta riesce con brio a fermare le componenti più emozionali di un alimento: il ricordo, la scoperta, il gusto. Long aggiunge anche momenti parecchio esilaranti, come quando parla dei suoi accessori di cucina per geek come l’ennesima grattugia per le verdure o il tritaglio elettrico (ma come avevamo fatto senza finora?).

Le mie 24 ore dolci
di Gianluca Fusto
Gribaudo, 20 euro
Può un pasticciere maniaco come Fusto pubblicare un libro di ricette per tutti senza banalizzare quella professionalità che lo mette una spanna sopra tutti gli altri? La risposta è sì, e sta in questo libro di una godibilità imbarazzante: decine di ricette divise per momenti della giornata e occasioni speciali, spiegate chiaramente, e tutte capaci di raccontare l’estro e la bravura di Fusto. Volete fare una torta per una cena? Qui ne troverete che non assomigliano a nessun’altra.

La scienza della pasticceria
di Dario Bressanini
Gribaudo, 16 euro
Zucchero, farine, uova, temperature: se per una frittata o per una pasta possiamo permetterci di essere più superficiali, nella pasticceria l’esattezza è tutto. Bressanini spiega la chimica degli ingredienti base del lato dolce della cucina e dei suoi procedimenti, fornendo alcune ricette base, illustrandone i passaggi e mettendo la scienza allo stesso livello della passione: per un’ottima pasticceria, non basta essere golosi ma occorre conoscere cosa succede. Ecco, qui si capisce, e pure facilmente.

Hot Dog
di Stéphane Reynaud
Guido Tommasi, 22 euro e 50
Che sono una ragazza degli anni ’80 lo sanno tutti, che mi sono evoluta poco rispetto a certe mode di quegli anni pure: l’hot dog rimane uno dei miei junk food preferiti, perché riesce a contenere le promesse di suinità raffazzonata insieme a quelle di goduria immediata. Poi arriva questo libro che mantiene lo stesso spirito buono ma lo eleva con ricette gourmand (e con foto favolose)

Romeo & Julienne
di Antonella Gigante e Francesca Mastrovito
Editrice Bibliografica, 9,99 euro di carta, 4,99 per Kindle
Se lo vuoi, tutto può essere ricondotto al cibo: case, manie, relazioni. Qui a essere foodiezzati sono gli scrittori, grazie alla penna brillante di Antonella e Francesca, amiche e talentuose foodwriter: racconti e ricette continuano sull’omonimo blog.

Storia del cibo
di Felipe Fernández-Armesto
Bruno Mondadori, 11,90 euro
Ogni tanto bisogna fare un passo indietro rispetto al modo in cui affrontiamo il cibo e andare a rincorrere altri strumenti, nuove chiavi per comprenderlo di più: questa Storia del Cibo ha esattamente questa funzione, quella di fornire cornici antropologiche e storiche che ci permettono di indagare ciò che vediamo oggi del cibo con un senso diverso.

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Il Postrivoro: quando il cibo è un viaggio

Sabato è stato il mio primo Postrivoro, e viverlo mi ha dato modo di capire, a fondo, il concetto di irripetibilità: qualcosa che esiste per un certo numero di ore, un evento a cui assistere dalla nascita alla scomparsa, come un cantante che live esegue un pezzo inventato sul posto e che dimenticherà una volta uscito dalla sala.

Il Postrivoro è una cena, che mette insieme chef  “che facciano parte di importanti ristoranti europei o in procinto di aprire il loro proprio ristorante o che lo abbiano appena aperto “ e sommelier, in date e città diverse: poche settimane prima della cena si aprono le prenotazioni, e tocca essere velocissimi perché i posti – che sono sempre una ventina – vanno via rapidamente.
Sabato (e domenica) ha cucinato Leonardo Pereira, ex sous chef di Redzepi; ai vini c’era Andrea Fiorini del Magnolia di Cesenatico. L’allestimento lo ha curato Andrea Merendi.

Il Postrivoro è backstage, e imprevisti che vengono risolti alla moda romagnola, è un letto che si materializza a casa di un uomo che si chiama come il suo gatto, è Dispensa che non avevi ancora sfogliato e che puoi portare a casa, è cibo che scivola via da un menu scritto. È orto a pochi metri, è un insieme di persone che arrivano dalla Romagna e dall’Italia intera per dargli vita, ognuno col proprio contributo.

Non vi farò il racconto dei piatti: per quello trovate tutte le foto e le didascalie sulla pagina Facebook.

Non sarò precisa: per me che amo l’esattezza delle parole, in questo caso preferisco mostrarvi le macchie della tovaglia, il rossetto sul bicchiere, il risveglio del mattino dopo. Quello che accade durante la cena non può essere sillabato: il rischio è perdersi il succo più fresco, il risultato di una spremuta di impegno che deve essere goduto in quel momento.

E allora cosa è il Postrivoro, perché andarci? Qui vi do due motivi, scegliete voi quale.
Il primo è che il Postrivoro è uno dei pochi eventi food che mantiene, eleva, fa frizzare le promesse che mette su carta: finché non partecipi, non riesci a capire se l’unicità annunciata sia effettivamente reale o se sia uno slogan da buon marketing. Mentre sei lì, puoi toccarne la veridicità, e soffiare tu stesso dentro quella bolla umana di cibo e vino: il Postrivoro sei anche tu, a tavola con sconosciuti, mangiando un cibo che domani non ci sarà più, in una dimensione dove i sensi sono sospesi tra la parte più alta del cuore e quella più bassa dello stomaco. Ed è una crasi che rischia di renderti irrepetibilmente felice.

Il secondo motivo, più gastropugnettaro, è che il Postrivoro è una eloquente, godibilissima, efficace forma di ristorazione: non pop-up restaurant, non “evento esclusivo in una cornice esclusiva” , non dei foodies a caso che sono stati folgorati da un petto di quaglia di uno chef conosciuto. Quando all’inizio della cena Enrico Vignoli ha presentato lo chef, lo ha fatto con queste parole: “Il modo in cui cucini è il modo in cui racconti te stesso”. Il Postrivoro riesce non solo a raccontare la cultura dello chef e del sommelier della cena, ma a farla vivere ai partecipanti: lo fa con sensibilità, con leggerezza, con un impegno super professionale.

In fondo, perché vai a mangiare in un ristorante se non per scoprire, allargare, assaggiare una cultura diversa? I piatti non sono mai solo piatti: è un viaggio, guidato dallo chef e intrapreso da te, cullato dal sommelier e sostenuto da un luogo.
Qui al Postrivoro quel viaggio è goliardia, è umami, ed è bellissimo.

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Le Digital Pr nel vino: quattro esempi

Da qualche mese mi occupo di Digital Pr nel mondo del vino, e parte del mio lavoro è conoscere chi, sul web, scrive e parla di vino: l’altra parte è ideare progetti di comunicazione che mixino online e offline, e per farlo occorre comprendere i parametri i territori, le occasioni che possono destare interesse e offrire uno spunto per aggregare conversazioni.
Studio, osservo, parlo e bevo.
Qui vi voglio riportare quattro esempi che possono svilupparsi in strategie di comunicazione, o che lo sono già diventate.

Congresso AIS Torino
All’interno del Museo del Risorgimento di Palazzo Carignano a Torino, il 22 e il 23 novembre si è tenuto il Congresso AIS (categoria detestata da parecchi winelover, ma non ho ancora capito perché): sono andata con un’amica sommelier che cura la carta dei vini per il suo ristorante, e che cercava nuove etichette da inserire in carta. L’atteggiamento dei vignaioli è stato esemplificativo di quella tendenza a essere più o meno opportunisti che mortifica o premia una strategia di Digital Pr: alcuni produttori o sommelier hanno versato il vino senza proferire parola, altri hanno cambiato faccia quando la mia amica ha parlato di “minimi d’ordine”, altri ancora si sono intrattenuti in una piacevole chiacchierata senza sapere chi e perché.
Online i produttori commettono gli stessi errori: danno solo se sono in grado di calcolare il ritorno, e quel ritorno è spesso fatto di cifre. I contenuti migliori vengono invece da chi è in grado di intrattenere, di coinvolgere, di parlare all’appassionato: da chi, insomma, sa che investire il proprio tempo, essere generoso, produce relazioni che costruiscono una buona reputazione.
In questo senso, nel Congresso ha vinto Rizzi, cantina del comune di Treiso in Langa, che oltre a produrre dei Barbaresco meravigliosi, ha saputo conquistarci con la loro affabilità, cortesia e disponibilità.

Cena da Scannabue
Dopo il Congresso AIS, sono andata a cena da Scannabue con due amici che di vino ne sanno parecchio: Jacopo Cossater e Vittorio Rusinà. Nei tour per cantine, nei loro viaggi di scoperta, è emerso un dato imprescindibile, che è quello del “contatto emotivo col produttore”: a fronte di vini memorabili, la differenza la fa chi ha la capacità di raccontare la storia del vino, del territorio, di accogliere il visitatore e aprirgli le porte della sua memoria. I contenuti più interessanti sono quelli che raccontano la storia del produttore, del lavoro che c’è dietro una bottiglia di vino, e la comunicazione che ne segue si ispira a un coerente circolo che mixa online e offline: bevo quel vino, conosco il produttore, ascolto la sua storia, mi piace, mi appassiono, e la prossima volta mi ricorderò di quel vino se dovrò sceglierlo tra cento.

In Bianco
Lunedì 24 novembre, sempre a Palazzo Carignano, si è svolto In Bianco, che ha riunito produttori italiani, francesi, austriaci, svizzeri e tedeschi e i loro vini bianchi: un parterre favoloso, vini super interessanti, e tantissimi produttori presenti. Qui la differenza l’ha fatta anche il pubblico: la selezione dei vini ha richiamato winelover da ogni parte d’Italia, ristoratori con carte dei vini che da sole valgono il viaggio, sommelier tra i più curiosi. Un pubblico del genere ha avuto due effetti: rendere più vivace la manifestazione, sia per il clima che per gli scambi tra persone che si conoscevano, e dare credito all’evento. Il concetto di “influencer” nelle Digital Pr funziona allo stesso modo: per creare un dialogo intorno a quel vino, contatto blogger, giornalisti, appassionati che producono opinioni e le mostrano, in conversazioni che avvengono online e continuano offline. Le persone contattate devono avere una coerenza interna: se metto insieme kiwi e biscotti di avena, sarà difficile ottenere dei buoni risultati, perché se si imposta un tema, un linguaggio, un contesto sarà complicato spostarsi tra troppi livelli, col rischio di sminuire il contenuto e la portata dell’iniziativa.

Maurizio Ferraro e il gioco del vino
Venerdì scorso ho ricevuto il battesimo della Bagnacauda, a Scurzolengo, in provincia di Asti, al Ristorante Da Vinci: i vini proposti erano di Maurizio Ferraro, che produce vini da agricoltura biologica nel territorio di Montemagno nel Monferrato astigiano e che ha scelto un modo geniale per comunicarlo. Maurizio ha ideato “Il gioco del vino”: in una scatola che contiene quattro bottiglie ha disegnato sul retro un percorso da farsi con i dadi. Qui illustra la lavorazione del vino biologico attraverso gli errori che possono compromettere la qualità del vino: vinci punti se elimini le erbe infestanti, lo perdi se usi diserbanti. In questo modo, con un gioco per tutti, che riesce ad appassionare educando, lui riesce a comunicare il suo vino in maniera semplice permettendo a chiunque di accedere a un sapere che normalmente è complicato. La semplificazione del linguaggio del vino qui passa per un Gioco dell’oca, è o non è geniale?

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Dimenticarsi il cibo

[Spoiler: questo non è un post che scuote le endorfine, potrebbe provocare ansie]

Ieri sono tornata da Milano e ho aperto il frigorifero: olive, pezzi di formaggio, sottoli aperti da mesi, un sedano morto, e dei broccoli lessati che dovevano essere mangiati tre giorni fa. Un frigorifero inanimato, che non si rigenera da solo.
Esiste un immaginario fotonico su quello che il frigorifero promette: ingredienti rigogliosi che si assemblano da soli, ripiani abitati da cibi che hanno bisogno solo di un po’ di calore per essere ingeriti, bevande che se lasciate fuori deperiscono e che dentro, al fresco, si conservano per dissetare nei momenti bui.
Il frigorifero è la nostra dispensa del fresco, quella che accudisce una spesa di ingredienti vivi: le verdure, la carne, il pesce. È il segno, se ce ne prendiamo cura, che ci stiamo prendendo cura di noi attraverso il cibo.
Dimenticarsi del frigo è l’ultimo livello di quando ci si dimentica di sé, di quando, nell’ordine del tempo che passa, si smette di pensarsi come qualcosa di vivo da nutrire, a cui dare calore. Se fossimo sempre intelligenti – ma chi lo è? – ci accorgeremmo di dove stiamo arrivando, e lo potremmo fare leggendo la nostra storia del cibo: il primo passo è attaccarsi al take-away, quello goloso ma anche curato. Il basmati del ristorante indiano sotto casa, il sushi fatto bene, la pizza con quelle olive che ti piacciono tanto: non hai tempo per te, ma non sei ancora arrivato al punto di smettere di avere voglia di tutto. E quel cibo porta con sé un contatto umano, fosse solo perché lo porta qualcuno che bussa a casa tua, o perché sai che dietro quel piatto c’è una cucina fatta di persone.
Poi arriva la dispensa di casa, quando il desiderio di farsi felice col cibo diventa più flebile: l’esigenza diventa nutrirsi, e lo si fa in maniera monotona. Pasta in bianco, gallette di riso, barattoli di legumi. Il sapore non conta, e il pranzo e la cena sono banali risposte a degli stimoli fisici: si interrompe il legame con la  dimensione confortevole del cibo, quella che è fatta di desiderio, di gola, di curiosità.
Ogni tanto fa capolinea il junk food: patatine sul divano, cioccolata a letto, ma presto scompaiono anche quelli, che diventano una soddisfazione di cui si ha sempre meno voglia.

Dove si mette il tempo quando si smette di prendersi cura di sé? Non nel frigo, non davanti ai fuochi, non facendo una spesa sana e di stagione: si legge, si lavora, si prendono decisioni sbagliate, e si spera che tutto questo finisca presto.
Perché cucinare è il sintomo più evidente dell’affetto che proviamo per noi o per quelli a cui vogliamo bene: quando smettiamo di farlo, quando sui fuochi cala uno strato polveroso, quando smettiamo di far andare la lavastoviglie e il frigorifero non viene animato dobbiamo chiederci per quanto continuare così.
Domandarci come reagire, a cosa attaccarci, se è il momento di scuoterci: nel dubbio, oggi faccio la spesa.

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Trucchi per foodies (sì, proprio il make-up)

Chi di voi mi segue sui vari social lo sa: sono una beautyfashionblogger imprigionata in un corpo da devota alla pastasciutta.
Le mie spese mensili si dividono equamente tra cene fuori e mascara: quanto amo mangiare bene e scoprire nuovi indirizzi e prodotti, tanto sono appassionata di make-up e skincare. Il massimo del relax per me è mangiare un ottimo panino guardando i tutorial delle mie youtuber preferite (sopra tutti: Lisa Eldrige).
Qualche giorno fa chiacchieravo con Arianna Chieli del Fashion Camp, e come battuta mi è uscito: beh, sarebbe carino un workshop di trucchi resistenti all’hamburger.
Come tutte le idee malsane, ha cominciato a solleticarmi, e ho deciso quindi di scrivere un post sui trucchi che uso quotidianamente nella mia vita da foodie.
A voi!


Eccoti, lì, di fronte al tuo onigiri cosparso di wasabi, o mangiando una puttanesca dove il cuoco ha abbondato col peperoncino: se la lacrimazione è la risposta naturale, non lo è l’effetto panda del mascara che cola.
I miei due mascara del cuore waterproof che mantengono le promesse sono:
* Diorshow Iconic di Christian Dior, versione waterproof: rinfoltisce le ciglia, rimpolpandole con un effetto total black. Facile da lavorare, si può ripassare dopo qualche ora che lo indossate.
* Extended Play Lash di MAC: questo mascara ha resistito a prove impervie, separa nitidamente le ciglia e allunga. Resiste per ore, non le curva molto.
(Indicazioni utili: chi scrive ha già ciglia abbastanza folte, odia i mascara che appiccicano, ama quelli che definiscono e allungano)


Morsi, sorsi, leccarsi le labbra: il foodie in azione non rinuncia al cibo per paura di far sbavare il rossetto, e quindi?
La mia risposta viene da Yves Saint Laurent e si chiama Vernis à lèvres: una tinta per le labbra che non secca, resiste lucida per ore, non sbava, e lascia le labbra idratate. I diversi colori hanno rese diverse, quelli più chiari resistono di meno: il mio colore feticcio è il 14, che è fuori produzione (motivo per cui ho fatto scorta come una matta quando l’ho saputo).


È estate, fuori ci sono 40° ma non resisti all’idea di un gelato ed esci affrontando il caldo pur di affondare lingua e denti in quel morbido gianduia / È inverno, e nella pizzeria sotto casa i termosifoni segnano gli stessi 40° di cui sopra. Non so a voi, ma a me mi si lucida la pelle, ed è una cosa che detesto.
Ho quindi due rimedi: il primo viene da MAC e si chiama Studio Fix. A metà tra la cipria e il fondotinta compatto, opacizza la pelle e resiste a lungo. Il mio colore è il C3.5.
L’altro rimedio si chiama salviettine antilucidità, e le migliori in Italia le fa Muji.


Confesso di essere ossessionata dagli odori: per me è uno dei sensi che più mi allertano, avvicinandomi o allontanandomi da cibi, cose e persone (magari potessi allontanarli anche in metro, ma vabbè). Nel mondo dei miei sogni ci sono dispenser di Amuchina per le strade, magari vicino i camioncini di salsiccia e cipolla. Visto che come soluzione è un filo azzardata, mi limito a portare sempre con me una crema per le mani: la mia è la Crème Gourmande mains et ongles di Caudalie. Lascia una delicata fragranza, idrata e non unge.


Voi, foodies che andate ad eventi, quanti baci date e ricevete? Tantissimi! E guancia baciata dopo guancia baciata – in effetti potremmo reintrodurre il baciamano –ecco che il blush sfiorisce e quel tocco di rosa che vi dava un aspetto sano scompare relegandovi al vostro solito pallore. Da anni uso dei blush minerali che durano tantissimo, i Lily Lolo, un brand inglese che ho scoperto su YT.
La mia tonalità preferita è la Flushed, un rosa carico molto bon ton, mentre per un colorito pesca vi consiglio il Clementine.


Vi siete mai commossi durante un pranzo? Io sì: quando assaggio certi piatti, capita che il mio cuore si perda, e vaghi un una dimensione estatica in cui pancia, memoria e felicità si combinano in un sorriso ebete e in una lacrimuccia.
Ma non vogliamo certo che questa lacrimuccia ci scomponga, motivo per cui vi consiglio due eye liner che resistono a ogni bontà.
Il primo è della Eyeko, io lo compro qui. Facilissimo da applicare, ha pennino non troppo morbido e una punta sottile.
 Il secondo è in gel, della Pupa ed è il Gel Liner: da applicare con un pennellino, è nerissimo e facilmente lavorabile.

Qui terminano i miei consigli per i trucchi da foodies: vi sono piaciuti? Conoscevate già questi prodotti? Ne avete altri? Scriveteli!

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Il Riso Gallo come metafora della vita

In questo periodo tutto è una metafora della vita: il bicchiere che si rompe, la frase sul retro dei biscotti, una ricetta che viene diversamente dal solito.
Per varie questioni della vita le parole “casualità” e “destino” sono la mia copertina di Linus, e tendo a leggere quello che accade intorno, anche i gesti più asettici, come un segno di una storia che mi sta raccontando qualcosa.
È successo anche durante la visita a Riso Gallo, la scorsa settimana a Robbio (Pavia): lì, tra piccoli chicchi ed enormi macchinari, la storia del riso e della sua lavorazione si è tramutata in una traccia sentimentale, in una lotta tra l’accettazione di sé e l’ambizione a essere perfetti.

Con calma, provo a raccontarvelo.

La visita comincia dalla cascina Kyrie, una tra le più grandi dove il riso viene coltivato ed essiccato: qui, tra infiniti campi e una trebbiatrice grande come un’astronave, si coltiva il riso, che a vederlo nella terra assomiglia un po’ a una spiga, con chicchi che resistono alle intemperie protetti dalla lolla. La lolla ha una consistenza durissima, è inattaccabile dagli insetti e viene riciclata per farne piatti, lettiera o foraggio.
Cercasi lolla per gli esseri umani :-)


Una volta che il riso è stato raccolto, bisogna eliminare la lolla tramite un processo che si chiama sbramatura: quello che si ottiene è un riso grezzo, integrale, che possiede ancora tutte le farine
Mentre guardavo quel chicco che sarebbe poi diventato bianco, per piacere ai più, pensavo: quando esattamente cominciamo a formare un’immagine di noi stessi che è così perfetta da risultare irreale? Quando cominciamo a scuoterci di dosso i nostri difetti per piacere all’altro?

Via la lolla, via la farina, ed ecco il chicco che viene passato su vari setacci, con un passaggio umano, meccanico e infine digitale: i chicchi non possono avere più dei due terzi di superfice striata da macchie, e tocca individuarli e scartarli.
Insieme al riso prodotto dalla Riso Gallo, la materia prima viene acquistata alla Borsa del riso o da determinati agricoltori, il tutto controllato dall’Ente nazionale Risi.

Mentre assistevo all’infinito lavoro di selezione e controllo, all’intreccio di prodotto e marketing, ho intercettato l’energia che c’è dietro ogni singolo chicco, quando a produrlo e lavorarlo è un’azienda che per molti versi è rimasta familiare: parliamo di numeri impressionanti, ma anche di un padre e tre fratelli che volendo commercializzare il riso hanno scelto di farlo mettendo sul mercato la migliore qualità che avevano a disposizione.

Gli intenti ci rendono sempre migliori di quelli che siamo: ci danno una direzione, ci donano la forza di uscire dalle strettoie, ci rendono appetibili.
Anche nei momenti bui, ci vorrebbe sempre l’immagine di un galletto energico a ricordarci chi vogliamo diventare.
[Detto questo ringrazio la Riso Gallo per aver soddisfatto la mia nuova mania: la pasta di riso, che loro fanno con mais e grano saraceno. Già testata a pranzo, buonissima]

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Moonshot, o della Foodie Geek Dinner di Bari

Qualche giorno fa ho sentito per la prima volta, da Riccardo Luna, l’espressione Moonshot: la parola, che viene dall’allunaggio, indica cose incredibili fatte dagli uomini, e l’attività di “seguire sogni apparentemente impossibili”.
È lei, ho pensato. È questa la parola che cercavo da tanto tempo per descrivere la Foodie Geek Dinner, e in genere la mia attitudine alla vita.
Io e Francesca non siamo arrivate sulla Luna, ma siamo partite da una città e da una birra e abbiamo creduto che un sogno fosse possibile, e ci abbiamo provato.
La domanda che a Bari, il 18 ottobre scorso, durante la tappa pugliese della FGD, ci hanno fatto più spesso è stata: come è nata la FGD?
Molti ci hanno detto: sai, io vorrei organizzare qualcosa di simile, ma mi prenderebbero per matta.
Quello che abbiamo risposto è stato: parti da un sogno piccolo, e lavora. Un passo alla volta, niente sarà mai perfetto, ma se è quello che ti piace, non ha senso metterlo via.

La tappa di Bari all’inizio è stata difficile: la prima volta con una logistica così complicata perché lontanissime da casa, in una regione e una città che non conoscevamo benissimo, partito lentamente rispetto agli altri eventi – anche se alla fine è stata la tappa dove più di tutti le persone ci hanno aperto il cuore. In mezzo, stravolgimenti di vita, di case, di futuri.
Nel mentre la voglia di far stare bene le persone, di accoglierle, di nutrirle: la FGD non è una cena, ma è un evento dove le persone giocano col food, chiacchierano in un clima informale, mangiano del cibo buono, stanno bene.


Tutto questo va creato, e per farlo tocca:
1. Trovare collaboratori che lavorino bene e che abbiano cura per le cose. Noi abbiamo trovato il team del Frulez, e non poteva esserci scelta più felice

2. Immaginare un tema che sia coinvolgente, e abbiamo scelto Un insolito street food - visti i menu direi che è piaciuto :-)


3.
Creare piccole attività che permettano di fare gruppo, e che siano sorprendenti: abbiamo pensato a un angolo tatuaggi – ad acqua – che ognuno potesse farsi, e per lenire il dolore abbiamo disposto dei Chamallows Haribo che i partecipanti hanno gustato un po’ come alle giostre.


4.
Creare uno spazio unico per quella sera, che lasci un ricordo alle persone, che dica “ei, questa è una sera speciale per te”: ecco che il Frulez con Cirio ha creato cuori fluttuanti, piantine in vasi rossi e blu, e sparso un po’ d’amore tra le mura del locale.



5.
Collaborare con aziende che abbiano voglia di comunicare in questo modo: social, informale, ironico. Grazie a Cirio, Visto Che Buono, Lavazza, Ford, Salumificio Santoro, Haribo, Gribaudo, Guardini, Tablecloths, Tucano, Ferrarelle, Agricole Vallone. Grazie ai Web Media Partner della serata: Instagramers Puglia e Gnammo.


Qui potete vedere quasi tutte le foto, e a breve pubblicheremo un video del nostro Street Food Tour con Ford e #tourneoexperience (sì, quello in cui commentavate: ma state sempre a magnà? #èperlavoro).


E ora?
Ora questa domenica ci trovate al Salone del Gusto alle 17 al Caffè Letterario insieme agli Gnam Box per un incontro dal titolo “Dal foodblog all’invito a cena. E viceversa”: noi parleremo proprio della Foodie Geek Dinner, se avete domande o curiosità vi aspettiamo!

E poi ancora?
Il 27 novembre torniamo a Torino, ma questa è un’altra storia.
Anzi no, è la storia di Torino-Luna andata e ritorno.

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