Il #WebCheVorrei – sulle polemiche online

Quando abbiamo aperto questo blog, nel 2006, ci preoccupavamo poco dei toni e delle critiche: scrivevamo recensioni sarcastiche e molto negative, tuonavamo contro la pubblicità sui blog.
Ci schieravamo nettamente, diciamo.
Facevamo anche foto del cavolo e pubblicavamo ricette insulse, se è per questo.

Nel 2014 non faremmo nulla di tutto questo, e qui ci metto in mezzo quella che è la nostra professionalità e anche una certa attitudine: il mestiere del recensore implica temperanza nei confronti delle stroncature, il lavoro della Pr comporta un atteggiamento amichevole e accogliente nei confronti di opposte tipologie di persone, e noi come blogger preferiamo guardare e indicare ciò che è utile per gli altri piuttosto che l’esempio da deridere.

Più o meno sui social l’atteggiamento corrisponde: dico più o meno perché lì siamo più istintivi, ma comunque cerchiamo di tenere sotto controllo tutti quelli che sono gli umani sfoghi contro le scocciature della vita, cercando di esternarle meno possibile, o al massimo di farlo in toni ironici, per non drammatizzare quegli spazi di incontro con persone che possono essere amici, clienti, colleghi che a loro volta su quegli spazi cercano una condivisione e una buona dose di piacevolezza.

Nell’ultimo mese mi è capitato spesso di imbattermi, nella timeline di Facebook, in polemiche lunghe, articolate, corali portate avanti da blogger di diversi tipi: contro la fuffa del viaggio in California, contro le agenzie che vogliono comprarmi con un pacco di farina, contro gli uffici stampa che confondono giornalisti con i blogger, contro le associazioni di blogger (Aifb e bloggalline), contro contro contro.
Alcune le ho seguite, di altre ho sorriso, alcune mi hanno infastidito, a quasi nessuna di queste ho partecipato per la mia ossessione della neutralità.

Nel web che vorrei le polemiche hanno un senso (e non sto dicendo che quelle sopra sono tutte insensate), e qui tento dei criteri che caratterizzano quelle critiche che sono sfoghi e di cui mi sbarazzerei come di un pelo di asino con un cerino.
Sì, è un elenco pensato in un impeto di naiveté, di quelli che appartengono a quei giorni in cui chiudi gli occhi e nella tua testa c’è un unicorno che sta preparando una Sacher per te e i tuoi amici: oggi però va così, e me la godo.
Possiamo chiamarlo quindi:
* Elenco delle polemiche che vedo sui social e me ne fottesega
o anche, in maniera più polite

* Elenco delle polemiche umane che rendono il web un posto peggiore

Ed eccole qui, aggiungete se ne volete:

1. L’obiettivo è la tifoseria.

Sono quelle polemiche che sono annunciate da una presa di posizione che posiziona chi inizia la polemica in una certa categoria: “io che faccio parte di… allora sono contro” o anche “per me che sono così… tutto questo non ha senso”. Sono enunciazioni di principi, la maggior parte delle volte, che fanno di noi persone più nobili di quello che siamo. Lo so, lo faccio anche io, lo sto facendo anche ora. È un chiamare a raccolta i propri simili, e qui la differenza la fa l’obiettivo: dare una mano a qualcuno, dare addosso a qualcuno. Ecco, dirsi migliori + cooptare gli accoliti con una chiamata la cui risposta presuppone dirsi migliori a loro volta + usare questa miglioranza per sminuire una o un gruppo di persone = avere bisogno di un gruppo per ergersi dove da soli non si sa arrivare.
Ci serve seguire i tuoi tifosi? O crearne? Io dico di no.

2. Riguardano una diatriba tra te e un’altra persona ma non fai il nome.

Lo sapete meglio di me: il web, e i social, sono pieni di luoghi dove c’è una persona che indica l’azione scorretta, infida, meschina, brutale di un’altra ma la direzione del suo dito termina in un cono d’ombra. Non si fanno nomi, e il non detto crea centinaia di non luoghi dove abitano questi cattivoni che qualcuno ha capito chi sono e altri lo sospettano.
Le persone partecipano comunque a queste esternazioni surreali, perché spesso hanno la forma di status che rimandano a un rancore comune, popolare, compreso da molti: ed è subito fila alle Poste.
Altri sanno di cosa si sta parlando, e partecipano con altrettante risposte criptate, scambiandosi pizzicotti e gomitate virtuali che fanno sogghignare solo loro. Che barba, che noia.

3. Sono il sostituto di una soluzione che ignori.

Sui giornali, i siti, le testate che rubano le foto di blogger abbiamo visto scorrere secchiate d’inchiostro. Se dieci anni fa qualcuno avesse rubato una foto dal nostro blog, avremmo chiamato nostra madre e ci saremmo sfogati con lei. Oggi apriamo Facebook e insultiamo quello e quell’altro. Certo, molto umano, ma perché non cercare una soluzione efficace, o una mano, invece che scrivere righe assatanate che non servono a nulla? E poi: siete sicuri che sia solo colpa loro?
Che tipo di licenza avete sul vostro blog? Avete tentato già tutte le strade? Avete fatto una ricerca per capire come chiedere un rimborso?
Non so: magari ti sfoghi, cerchi una soluzione e la trovi. Ma hai mai pensato che potresti trovartela da sola?

4. Sono sempre le stesse tutti i giorni.

Come in Golconda, ogni mattina c’è chi si lamenta della stessa cosa: il proprio capo, i propri dipendenti, i clienti, la mensa. Una sempiterna litania che non ottunde le parti attive delle sinapsi ma anzi le stimola come nervi scoperti con quotidiane iniezioni di fastidio.
Non possiamo certo tutti essere ottimisti, o positivi, ma fare del proprio pessimismo e disamore verso l’umanità un dialogo da portare avanti sui social sperando che a qualcuno interessi o che voglia partecipare, beh, mi sembra illusorio.
Spesso seguiamo o “diventiamo amici” di persone con cui non abbiamo un rapporto di stima o di affetto: quello che ci lega sono stimoli, scoperte, dibattiti. Perché dovei continuare a seguire una persona che sa darmi solo negatività e pure in dose reiterata?

5. Sono contro una categoria.

Anche qui dichiaro la mia colpa: ci sono uffici stampa che prenderei a randellate.
C’è quello che non segmenta la propria lista e ti manda gli inviti per un evento a Cosenza anche se abiti a Torino – e magari ti chiama per chiedere conferma; quello che ti chiama da un numero sconosciuto come il peggiore esattore che vuole rimanere anonimo; quello che ti manda comunicati sugli orologi a Cucù da anni e non ti rimuove dalle liste nonostante glielo abbia chiesto in ogni lingua. Quelli che ti mettono in cc insieme a 200 persone.
Cose che si possono fare prima di inveire contro di loro: chiedere di cancellarsi dalle liste, se non vi interessa; dare un suggerimento, per migliorare il loro lavoro e renderlo utile anche per te; metterli nello spam, se, dopo dieci richieste di eliminarvi dalla mailing, continuano a scrivervi di cose che non vi interessano. Azioni private che servono a ottenere lo scopo che vi è utile, senza per questo includere negli sfoghi professionisti che quel lavoro lo sanno fare e anche benissimo.

Non è un elenco completo, ma credo che le parole funzionalità, equilibrio, supporto che fanno da sfondo alle parole di cui sopra possano disegnare un web migliore e più interessante di quello che vediamo ogni tanto.
Se vi va, scrivete la vostra con l’hashtag #webchevorrei.

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La cena della #miglioreannata: il progetto e il racconto

Mercoledì 1° ottobre al Devero Ristorante, alla tavola di Enrico Bartolini, si sono riuniti 8 blogger e 8 produttori, per una network dinner organizzata da Itaca Comunicazione in collaborazione con la sottoscritta.
Il post di oggi riguarda quindi il mio lavoro, ma anche: come nascono le idee, il vino, le persone il cibo.

La domanda da cui siamo partiti è: qual è il modo più immediato e condivisibile di raccontare il vino?
La risposta secondo me la sapete già, e qualcuno sbufferà pure: le storie.

Perché era importante trovare una storia?

Chi di voi beve vino come appassionato, che non lo fa di mestiere – per “obbligo” professionale diciamo, affida le sue scelte di acquisto a fattori che raramente sono tecnici (la descrizione, la scheda, la provenienza): sceglie quel vino perché lo ha bevuto quella volta in compagnia, perché ne ha sentito parlare da un caro amico, perché conosce il produttore.
Tutti elementi che sono quindi legati a un’esperienza, spesso di condivisione.
Una storia ha esattamente questo scopo: introdurre il racconto di un’esperienza legata al vino, che sia quella di chi lo consuma o quella di chi lo produce.

Cosa aveva di particolare questa storia?

Troverete diverse storie che riguardano solo una parte, quella di chi fa il vino: l’obiettivo per me, in tutti i progetti, rimane invece creare una relazione, facendo quindi parlare entrambi i soggetti, in breve tempo e in maniera pubblica (con attività che permettano di vedere quello che succede alle community dei blogger coinvolti).
Il principio che sta alla base di questa strategia è semplice: se conosci la persona che produce ciò che bevi, hai un motivo per ricordarti di quel vino, e sceglierlo per il tuo prossimo acquisto; se crei una relazione tra il blogger e il produttore, sarà questa la storia che i lettori vorranno conoscere, e gli darai un motivo per scoprire qualcosa sul produttore; la relazione, infine, rimane: più di un prodotto, di un tweet, di una foto, il rapporto umano vince sempre.

Cosa è successo in pratica?

Insieme a Itaca abbiamo invitato sette blogger / giornalisti (io ero l’ottava), scelti per la competenza, coerenza col progetto, solide e strutturate community e soprattutto la capacità di raccontare e raccontarsi: Sandra Salerno, Chiara Maci, Davide Oltolini, Teresa Balzano, Arianna Vianelli, Claudia Minnella, Adriano Aiello.
La cena da Bartolini sarebbe stata l’occasione per conoscere alcuni produttori e degustare i loro vini, “partendo non da definizioni tecniche ma da storie, la loro e la tua”.
Nelle settimane prima della cena abbiamo inviato a ognuno di loro una bottiglia con un’etichetta, chiedendogli di raccontarci la loro #miglioreannata: “un anno determinante, in cui abbiamo messo a frutto certe lezioni, o ne abbiamo imparate di nuove che ci servono ancora oggi; un anno in cui sono cambiate le circostanze della nostra vita, come il terreno sotto i piedi. Un anno in cui abbiamo voluto cambiare aspetto, per sentirci nuovi. Un’annata significativa, bella, la nostra annata migliore finora.”

Le foto e gli abbinamenti

Al ricevimento della bottiglia, gli invitati hanno scritto la loro annata, scattato una foto e condivisa: per me è stata il 2002, per Terry il 2000, per Chiara il 2014, per Sandra il 2009 e così via. Ognuno ha dato un pezzetto di sé, cosa che ha reso il web un posto più bello in quei giorni.

Le loro parole e l’annata scelta hanno fornito gli spunti per creare gli abbinamenti con il produttore e il suo vino, abbinamenti che sono stati raccontati sul blog di Itaca Winetwork e che hanno creato un legame virtuale precedente alla cena.

Non cosa abbiamo bevuto, ma: chi abbiamo conosciuto?

Il 1° ottobre da Bartolini il tavolo era un zigzag di storie. Si sono susseguiti piatti, foto, spiegazioni di quello che abbiamo bevuto, che nel dettaglio è stato:
* Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG Vigneto della Riva di San Floriano di Nino Franco (Veneto)
* Sauvignon Blanc Collio DOC Cicinis di Attems (Friuli)
* Vermentino di Sardegna Doc Tino di Mora&Memo (Sardegna)
* Chardonnay Oltrepò Pavese Doc Lughet di Berté e Cordini (Lombardia)
* Chianti Rufina Riserva Docg Lastricato di Castello del Trebbio (Toscana)
* Negroamaro Rosso Igp Salento Graticciaia di Agricole Vallone (Puglia)
* Recioto di Soave Docg La Perlara di Ca’Rugate (Veneto)
* Ron Botran Solera Maschio Bonaventura.

Come blogger ho vinto Antonio Parisi (sopra in foto) e l’abbinamento al Rum di Maschio Bonaventura, e non poteva andarmi meglio: Antonio si è dimostrato una persona deliziosa con cui chiacchierare, e la simpatia è stata immediata. Appassionatissimo di cibo, mi ha raccontato numerose storie sul mondo della produzione dei distillati che ignoravo: il suo Rum, di cui ora a casa ho una bottiglia che guardo con notevole dedizione, è superlativo. Proveniente dal Guatemala, il Botrana Solera è prodotto a partire dal succo di canna da zucchero  concentrato, e non dalla melassa: viene poi fatto riposare in quattro botti (whisky, tostate, dove hanno maturato Sherry e Porto).
Delizioso, profumatissimo, perfetto per chiudere la cena.

Chi ha già mangiato da lui lo sa: Enrico Bartolini è bravissimo, e il 1° ottobre abbiamo mangiato alcuni tra i suoi piatti più famosi, tra cui il risotto alle rape rosse e salsa al gorgonzola. Una cena perfetta.

Vi lascio qui le foto dell’Itaca Winetwork Social Dinner, scattate dal bravissimo Alessandro Castiglioni (qui sotto lui al lavoro)
Cercando l’hashtag #miglioreannata troverete altre storie :)

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Tre punti per App.etite

Sono tornata da Bologna, dal giorno e mezzo di App.etite, il convegno voluto da Stefano Bonilli per ragionare insieme di comunicazione gastronomica: mi chiedo che senso ha scrivere di conclusioni argomentando su un convegno che è stato visto e partecipato da 100 persone, dando quindi delle risposte a delle domande che i lettori di questo post non hanno visto fare.
Alcune cose non saranno comprensibili, ma vorrei provare a scriverne per lo stesso motivo per cui ho twittato durante il convegno: perché bisogna vedersi e farsi vedere dall’esterno per crescere e cambiare. E questo anche se il cambiamento ci è ostile, anche se stare in pochi è più facile e comodo, anche se crediamo di essere già bravi così.
Questo post è per chi era lì e per chi avrebbe voluto esserci, per chi non c’era e per chi non crede che il cibo sia cultura.

In breve: durante la due giorni si è parlato di editoria, modelli cross-mediali, tv, ragionando su quelli che potessero essere nuovi modelli editoriali interessanti e sostenibili, sui contenuti e formati per rendere fruibili contenuti complessi, sulla narrazione di prodotti e produttori (intesa come argomenti, ma anche realizzazione di siti attuali), sul ruolo del giornalista e della tv.
App.etite è stato organizzato da Bologna Business School e Gazzetta Gastronomica: sponsor dell’evento Ferrarelle, Pastificio dei Campi, Trinci, il Forno di Calzolari, Fabbri, Brùton, O’ fiore mio, Salumificio Villani.
Tantissimi argomenti, che si spera verranno condivisi il più possibile (Cristiano Ferrari ha riassunto la storia dei tweet su #Appetite qui, facendo un ottimo e utilissimo lavoro).
Qui di seguito i punti per me più importanti.

Primo punto: le competenze sono sopravvalutate (o sottovalutate).

È stato un incessante ripetere “bisogna acquisire competenze, occorre essere più bravi” (bisogna diventare come noi, sembrava di sentire sottofondo) ma non basta: non è la persona che più sa di cibo la più brava a comunicarlo. Se volessimo fare un paragone in altri settori, davvero ci aspetteremmo che a saperne di marketing del turismo fosse l’albergatore? Che l’autore del romanzo sia lo stesso che sappia come distribuirlo? Certo che no: a ognuno le sue competenze.
Non funziona così per il mondo della gastronomia dove i dieci giornalisti e cuochi che sanno usare congiuntivo, fotocamera e microfono sono anche quelli che vengono considerati i più autorevoli nel comunicare la gastronomia.
Sbagliato (IMHO): tra le cinquanta persone che credono che Marchesi sia una marca di biscotti e le due che conoscono tutta la geografia della ristorazione italiana, in mezzo c’è un’ampia fetta di professionisti e appassionati che comunicano il cibo a modo loro – intrattenendo, filmando, scrivendo per sponsor. Loro non sono il male, e forse dovremmo imparare a capire un po’ di più chi sono queste persone e collaborare costruttivamente con loro invece di ergerci a paladini della difesa del forziere gastronomico “perché noi facciamo cultura”.
Spesso a far passare dall’altra parte in termini di attribuzione (cioè: squalifica) valoriale sono i soldi: scrivere per la pubblicità, fare programmi che rendano felici gli inserzionisti, sono cose che rendono la persona che lavora in questo ambito qualcuno che “non sta facendo vera cultura”. Sono affermazioni strane, perché tutti quelli che erano seduti lì vengono pagati (o si spera) per il loro lavoro da un committente: un editore è più puro di un’azienda? La pubblicità non è comunicazione? Non c’è proprio nulla da imparare dall’altro? Qui il problema non è Vizzari che afferma che non si può prescindere dalle competenze, ma di chi prende Vizzari come affidabile nell’ambito della comunicazione gastronomica (cosa diversa dalla cultura).

Punto due: il mondo food deve imparare a farsi permeare da settori diversi e riconoscere la competenze in quei settori per costruire insieme un percorso di eccellenza.

Durante la due giorni ci sono stati degli interventi da persone che non erano giornalisti, o editori: docenti, autori di programmi televisivi, direttori di testate non food, pr. Alcuni pertinenti, altri sinceramente imbarazzanti come quello di Giuseppe Granieri che ha proposto uno speech di un contenuto davvero elementare. Le reazioni sono state varie: c’è chi ha ascoltato, chi ha insultato, chi si è sentito attaccato, o sminuito. Quello che per me è saltato all’occhio è stata la discontinuità di livello e di reazioni ai diversi speech, segno – per me – che chi è del settore food vive spesso nell’ignoranza di stimoli diversi da quelli del suo orto.
Sono anni che seguo, per passione e per lavoro, conferenze, corsi e incontri sui social media, sul turismo, sul marketing: da un convegno sugli “stati generali della comunicazione gastronomica” mi aspetto interventi con un livello di approfondimento più alto, e uno scambio di competenze settoriali ed extrasettoriali molto più vivace.
Quando Massimo Russo, direttore di Wired, ha esordito dicendo: non si può non aprirsi al digitale, coltivare le community, ho visto concretizzarsi, nel riverbero di certe affermazioni sentite ad App.etite, una solida arretratezza e ritrosia alla volontà stessa di comunicare.
Per molti pronunciare culatello e community insieme sembra a tratti una bestemmia, perché la vulgata alla massa sembra premettere un’azione di squalifica della qualità di un certo sapere: si crede che solo facendo divulgazione come si è sempre fatta quel sapere riuscirà a essere trasmesso. Rimane da chiedersi se il timore sia relativo alla perdita di quel sapere o del proprio ruolo.
Dall’altra parte ci sono competenze strettamente settoriali che non vengono riconosciute, come quando la tv chiede ai giornalisti food i nomi di chef da ingaggiare per i loro programmi: è una relazione che va ufficializzata, e si sta iniziando solo adesso.

Terzo punto: fate le slides, presentatevi e predisponetevi a comunicare.

Molti hanno presentato interventi scritti e li hanno letti, ed è stata subito omelia (Pignataro, Bolasco – peccato perché poi Bolasco lontano dal panel si è dimostrato tra gli speaker più vivaci e audaci).
C’è stato Petrini che ha parlato della sua insonnia per dieci minuti per poi continuare il suo intervento con un tono e degli argomenti che risultavano incomprensibili per chi non ha già una certa dimestichezza col suo eloquio delirante.
Ci sono stati Antonio Tombolini, Gabriele Zanatta, Ryan King e Cathy Hughe che ognuno col suo tono hanno esposto in maniera più o meno ordinata spunti, informazioni pratiche, esempi con speech belli, da usare e gli ultimi due con slides chiare e comprensibili.
La mia posizione è semplice: se sei sul palco, sei lì per trasmettere qualcosa. Che vuol dire adottare un linguaggio che gli altri comprendano. Parlare non per impliciti ma con obiettivi. Essere pertinenti e puntuali.
Questo significa anche presentarsi e presentare: ogni volta che qualcuno pronuncia un “xxx non lo presento perché lo conoscete tutti” un non addetto ai lavori muore. O un addetto intelligente si ribella, fate voi.
A questo convegno sono stati invitati anche studenti appassionati: ci sono stati, hanno seguito tutto?
Mi piacerebbe in futuro che tutti, entrando in quest’aula, capissero chi sta parlando di cosa, senza necessariamente dover “conoscere”.
Possiamo farcela?
Lo sapremo alla prossima edizione di App.etite, con un auspicabile streaming.

 

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Festa della Rete 2014: le considerazioni dense del ritorno

Questo weekend siamo stati a Rimini, alla Festa della Rete (ex Blogfest).
La premessa è: l’evento mi piace, perché riesce a contemperare lo spessore della maggior parte dei panel con un clima da cazzeggio da gita liceale.
(Il che spiega anche perché mi sono cosparsa di trasferelli a forma di pesciolini per ironizzare sulla Rete)

Il dato impressionante è il numero di blogger professionisti che c’erano a moderare: non parlo di chi guadagna dal proprio blog (anzi, sono sempre più convinta che la via sia quella di tenere le collaborazioni fuori dal blog), ma di chi, acquisendo competenze parallelamente al suo blog, riesce a campare di quella che prima era una passione amatoriale.
Un’altra considerazione è che quando hai 500 blogger con cui relazionarti capisci che quello che farà andare avanti certe persone e lascerà a margine altre è il loro valore, e la capacità di produrne: sì ai contenuti, ma anche l’umiltà di sapere che in fondo siamo persone che osservano e scrivono e che pertanto stanno sullo stesso piano di altri indipendentemente dal loro numero di followers. Persone che mettono un crostino di pane sotto un’acciuga, uno smalto abbinato a un rossetto. Poi c’è chi quella competenza l’ha sviluppata, e la sa comunicare bene. Ma non stiamo salvando vite.

Qui vi lascio delle considerazioni, alcune parecchio dense e che necessitano di essere diluite, sui panel che hanno coinvolto me e Fabrizio: riflessioni a margine, la cosa più importante che è stata detta, quella che avrei voluto dire.
Ho imparato tantissimo dagli speaker che erano sul palco: grazie a tutti!

PARLA COME MANGI

Si parlava di nuove professioni: cosa vuol dire Strategist? Nostra nonna capisce cosa facciamo? È diverso svolgere un lavoro dal nome incomprensibile in agenzia o da freelance?
Una delle cose che ho detto è: bisogna riportare il senso, e qui lo ripeto e lo ribadisco. Un senso che si attacca ai due estremi, quello del blogger e quello del professionista (pr, Strategist, account), per riportare l’equilibrio tra le parti e ridare spessore a quello che mettiamo in circolazione. Il senso passa per me da de punti:
- la grammatica, il lessico: ha senso masturbarsi pubblicamente ostentando un linguaggio settoriale anche quando la richiesta è quella di farsi capire da tutti? In senso lato: smettiamola di dire “ho cenato da Massimo” o “Silvio è un gatekeeper” in occasioni di dibattito pubblico ma anche quando c’è un gruppo di persone che non fanno il nostro lavoro.
- la visione a lungo termine di qualsiasi strategia di comunicazione: ci siamo abituati a essere circondati da instacene, instaeventi, instarelazioni. Attività che nascono e muoiono nel giro di una serata, in cui la pressione per essere visibili è forte quanto aggressiva, e di cui l’unica traccia che rimane è uno storify disperso nell’ipertwitter. Ricominciamo a ragionare. A pensare in relazione a quello che vogliamo costruire da qui a uno due anni. Alle scie di senso e alle domande che spargiamo nel settore. Abbiamo confuso troppe volte il digitale con l’effimero.

SOCIAL EATING

Favoloso parlare di social eating, facile farlo alla Festa della Rete, meno facile portare il concetto fuori da Milano o da quei palchi dove chi ha dimestichezza con lo spippolamento dei tasti sul proprio smartphone considera certi panel già sentiti. La mia esperienza con gli eventi fuori da Milano e Roma, da quelle capitali insomma dove le azioni di comunicazione da e con i blogger hanno già smosso e consolidato la necessità di vivere a pieno certi spazi online per cogliere tutte le opportunità possibili, è a tratti sfiduciante.
Persone che non rispondono alle mail, che ignorano twitter, che non comprendono le possibilità che derivano dalla rete: il lavoro da fare qui è 1000 volte più impegnativo, ora dobbiamo capire se l’unico ritorno che ci interessa è una tempestosa ondata di tweet il giorno dopo una cena o se possiamo permetterci di pensare a lungo termine. E nel frattempo formare, chiederci, osservare studiare.

PROFESSIONE FOODWRITER

Un famoso ristoratore ci disse che dovrebbe essere vietato far visitare gli Uffizi a chi non abbia ancora mangiato il panino col lampredotto. Fuor d’iperbole, se il cibo è parte della cultura di un territorio, lo è anche quello non tradizionale. L’evoluzione del gusto, scoprire cosa sarà la prossima cucina locale, accettare e spiegare l’influenza dei sapori e degli ingredienti, ma anche di piatti e ricette, dalle altre nazioni. Quel viaggio che parte dal gusto, ma anche dalla disponibilità di questo o quel prodotto, o dalle ultime richieste in fatto di salute e benessere. Il parlare di tutto questo è cultura. E la responsabilità sta in chi scrive di food, nel foodwriting. Senza prendersi troppo sul serio, con senso della misura, ma non è vero che era solo un piatto di pasta.

VINO POP

Francesco Zonin ha fatto una considerazione sensata, che ho recepito come promemoria da non dimenticare nelle mie prossime lotte con cantine che si ostinano a voler parlare in maniera complicata.
“Anche le cantine più austere possono usare un tono divertente”: è consigliabile, e la leggerezza non squalifica un contenuto di qualità.

IL LATO FOODIE DELL’EXPO

Questo sull’Expo era il panel su cui ero più scettica, per questione di interesse personale: guardo all’Expo con grande distacco, e non ho voglia di aggiungere la chiosa “in vista dell’Expo” alla mia normale attività per aggiungere valore.
I miei panelisti mi hanno fatto cambiare idea, manifestando un amore per Milano e un ottimismo in vista dell’Expo che è riuscito a scalfire la mia indifferenza. Soprattutto ho capito che se vuoi trovare delle opportunità in Expo2015, è utile avere un atteggiamento che è quello del freelance: essere proattivi, lavorare in maniera eccellente, fare rete, non aspettare a casa che il lavoro (o l’Expo) bussi alle tue porte con un’offerta per te ma creare tu stesso quell’offerta.
Questa lettura di #Expottimisti vi sarà utile.

(La sera del sabato siamo scappati da Piergiorgio Parini, al Povero Diavolo. Abbiamo completato la trimurti dei nostri chef preferiti italiani insieme a Crippa e Petza)

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Il Gastroglossario di Food Joy

Sabato sono stata a Mantova, ospite di Food Joy, il festival dedicato a donne, libri e cibo ideato e curato da Arianna Gandolfi ed Elisabetta Arcari.

Il programma del festival era strepitoso: donne da tutta Italia, ognuna con un suo spazio libero all’interno del Festival, ognuna con una sua interpretazione del cibo, e delle sue parole.
Il mio intervento era pensato come un Gastroglossario, che ho trasformato in un quiz: ho pensato che se qualcuno doveva saltare la pausa pranzo per venire ad ascoltarmi, avrebbe dovuto come minimo ridere un bel po’. E così ho ideato un quiz a cui le persone potessero rispondere per alzata di mano, anzi: per alzata di spugna.


Io stessa ho dato il mio contributo indossando questo


Per ogni parola, ho fornito due scelte e speso qualche parola.
Le persone alla fine mi sono sembrate divertite, hanno fatto qualche domanda, ma il risultato di cui vado più fiera è questo tweet


Qui potete leggere tutte le slides e qui sotto c’è il video (purtroppo la qualità dell’immagine non è altissima, ma potete sentire benissimo :)

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Fish Bar de Milan

La zona e il sembiante condannerebbero il Fish Bar de Milan al gregge dei soliti localini leccati e modaioli. Mattoni alla newyorkese, legni e modernariato ameno, con mano evidente di un architetto in buona vena. Un bel locale, per la bella gente.
L’amatore delle questioni mangerecce è solito snobbare questo tipo di antri brillanti, ma il nome di Eugenio Boer, ex Enocratia, in cucina costringe a concedere fiducia, con in aggiunta aspettative.

Il menu somiglia al locale. C’è l’hamburger, la seduzione Thay, i taco, i frittini. Una carrellata che non ricorda la cucina di Boer, ma che se ben realizzati potrebbero rendere una tavola qualsiasi in un bell’ibrido divertente. La frittura è ben fritta, e siamo già a metà dell’opera. Varia, ma senza strafare. Come per gli altri piatti se non ci si bada potrebbe passare come un piatto qualsiasi, come in uno dei tanti nei tanti locali tutt’intorno.
Stessa sorte per l’hamburger, di pesce, ben ponderato fra pane e farcia. E patate in pentolino d’alluminio, ormai una specie di obbligo. Unici piatti sfuggenti il taco, con l’ottimo polpo annegato nelle quisquilie intorno.
Tocca ridestarsi, invece, per le zuppe. La zuppa thay dà un’infarinatura di ciò che succede là nel sud est asiatico. Piccantezza, speziatura, e tanto latte di cocco. Al di là delle semplificazioni, una bella versione occidentalizzata. Il gazpacho de Milan, più zuppa che crema, dà una versione personale di un altro standard dei locali dell’hype meneghino. Gazpacho del tipo acido, ma gentile.
Il tiramisù al matcha è un revival di qualche lustro fa, e forse là doveva rimanere. Si possono bere cocktail, a pasto, sempre per restare nella vulgata di quel certo tipo di locali. Il servizio ha scelto il taglio giovanile, e non per questo approssima. Ma giovane vuol dire giovane, tocca portare pazienza. Carta vini minima ma con qualche buon nome, specie sponda bollicine, magari d’oltralpe.

Su questo canovaccio si disegna la serata. Più che cena, un’uscita fra amici. Casual, come si diceva negli anni Ottanta. Con il plus della cucina. Chi vuole sorprese, chi vuole il Boer che aveva incontrato alla fu Enocratia dovrà cambiare aspettativa. E godersi la serata. Si può stare sotto i quaranta euro, di pesce, a Milano. Non è male.

Fish Bar de Milan
Via Montebello, 7
20121 Milano – Italy
info@fishbar.it
+39 02 62087748

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DigitalRisto: comunicare il vostro ristorante (e un appunto personale)

Qualche mese fa, grazie ai contributi di diversi professionisti della comunicazione food (e non solo), in questo blog è stato pubblicato il RistoKit: un vademecum, sotto forma di post, per i ristoratori che volessero migliorare la comunicazione del loro ristorante.
Il feedback è stato vivacissimo: tanti ristoratori mi hanno scritto chiedendomi consigli e feedback, e di questo devo ringraziare i contributors che hanno scritto i post, senza cui non ci sarebbero stati contenuti interessanti da condividere.

Ora RistoKit si evolve in DigitalRisto:
dal blog e dal web arriva in aula, sotto forma di corso.

Si chiamerà DigitalRisto, ed è un corso di otto ore per creare la propria strategia di comunicazione online nel settore della ristorazione: il corso si terrà lunedì 29 settembre a Bologna, dalle 9 alle 18.
Il prezzo è di 189 euro + iva, ma se lo prenotate entro 10 settembre il costo è di 159,00 Euro + Iva.
La quota include il pranzo, le pause caffè e i materiali in formato digitale.
Qui trovate tutte le informazioni.

A tenere il corso saremo io, Stefania Fregni e Valeria Moschet di SocialMargarita, già compagne di avventure per la Foodie Geek Dinner, e parleremo di:

•    Il mondo del Web 2.0 e come promuoversi online attraverso i Social Media.
•    Comunicare il proprio ristorante: cosa comunicare e a chi.
•    Come è cambiato il panorama della comunicazione gastronomica negli ultimi dieci anni.
•    Facebook per le attività di Ristorazione: strategia, gestione e consigli.
•    Panoramica sugli altri social network particolarmente adatti alla promozione di ristoranti e bar: Twitter/Instagram/ Foursquare/Pinterest.
•    Le relazioni con i protagonisti del food: come promuoversi e curare la propria reputazione online, dai foodblog a Tripadvisor.
•    Casi di successo in Italia e all’estero.

Ecco i tre motivi principali per cui voi ristoratori dovreste seguire il corso

1. Aprire un ristorante e non comunicarlo online equivale a non mettere un insegna e sperare che le persone, passando proprio di lì, indovinino che dentro c’è un posto dove vale la pena fermarsi: far sapere che ci siete, e dire chi siete è il primo passo per intercettare nuovi clienti e fidelizzare gli attuali;
2. Alla fine di DigitalRisto avrete una serie di competenze e informazioni per cui sarete in grado di gestire la vostra comunicazione social correttamente in maniera autonoma, senza consulenti esterni;
3. Prenderete confidenza con i concetti di reputazione e pubbliche relazioni, ossia con quell’insieme di azioni e informazioni che servono a gestire la vostra immagine e le risposte a chi, sul web, parlerà (bene o male) del vostro ristorante.

Per ora è tutto. Un ultimo appunto personale: ho pensato molto se fare o meno questo corso. Continuo a scrivere per siti e guide di ristoranti, e il mio primo pensiero è stato: è conflitto d’interessi? Alcuni ristoranti mi hanno chiesto di gestire le loro Pr, e finora ho sempre detto di no, per coerenza ed equilibrio: da sempre credo – nonostante diventi sempre più difficile – che l’equilibrio delle cose si ottenga puntando sulle proprie competenze piuttosto che sulle opportunità. Le prime servono a ottenere riconoscimenti, reputazione, stimoli: le seconde garantiscono un guadagno ma sono sensate solo se inserite in una visione a lungo termine.
Ecco, se guardo al futuro vedo esperienze e lavori che sommando introiti guadagnati, consulenze fornite e competenze spese  danno come risultato un percorso professionale coerente, razionale e lungimirante.
Formazione e consulenza sì, quindi.

Parentesi personale chiusa, ora prenotate!

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Shopping ad Amsterdam: supermercati e negozi

Dopo il food, lo shopping di Amsterdam: gastronomico prima e modaiolo dopo, con delle istruzioni per l’uso.
In fondo al post poi trovate le indicazioni sui quartieri che ci hanno colpito di più e le risorse che abbiamo consultato prima di partire.

Abbiamo visitato principalmente le tre catene di negozi / supermercati che ad Amsterdam vendono prodotti di qualità o hanno offerte gastronomiche culturalmente interessanti (vedi il Bilder & De Clerq): in tutte e tre la sensazione era di funzionalità senza troppi orpelli. La disposizione delle merci, la selezione di prodotti, l’illuminazione, la disposizione delle casse e l’atteggiamento del personale dicevano tutti: “sì, costiamo di più ma non abbiamo bisogno di un esercito di ballerine per convincerti. E nemmeno tu ne hai bisogno, perché alla fine della giornata quello che vuoi non sono le radici dell’Everest ma un ottimo wrustel biologico con verdure essiccate. Entra, fai la spesa, mangia bene e soprattutto buona serata”.
Pochi o nessuno slogan: è il mix di cose citate sopra a fare da slogan.

Per lo shopping modaiolo la differenza più grande la fa l’interior design, che più personale non si può: chi vende gioielli, cuscini, mobili di modernariato non teme di inserire delle tracce personali in luoghi visibili del negozio. Un foglio di carta con delle sue parole, rametti di legno appiccicati alle pareti con del washi tape: il gusto di chi vende non si ravvede solo nella selezione degli oggetti ma nella totalità del negozio.
In più: moltissimi hanno un e-shop e spediscono in Italia. Questo post farà felice anche le mamme blogger :-)

SPESA | SHOPPING GASTRONOMICO

* Bilder & De Clerq
Coup de foudre per questo spazio dove gli scaffali con i prodotti in vendita sono intervallati da altri che espongono tutto il necessario per una determinata preparazione, opuscolo con ricetta compreso: ingredienti, pentole, e un cartello che indica le quantità e la spesa per cucinare quel piatto. È possibile acquistare anche solo l’opuscolo, disponibile anche in lingua inglese.
Un bancone con mattonelle celesti indica lo spazio della gastronomia, dove è possibile fare colazione o pranzare.
Il concetto “mettete tutto in uno stesso spazio, evidenziatelo con un cartello e dite quanto costa” è così efficace che non capisco perché nessuno in Italia lo faccia.
:: http://www.bilderdeclercq.nl/

* Marqt
Un ottimo supermercato di fascia alta con la selezione di Tyrrel’s più ampia mai vista. C’è un intero scaffale dedicato ai wrustel in scatola e i germogli hanno prezzi bassissimi rispetto all’Italia.
:: http://www.marqt.com/

* Estafette Biologische Eetwinkel
Buon supermercato biologico, ha diversi punti vendita in Amsterdam.
:: http://www.estafettewinkel.nl/

SHOPPING (In dichiarato ordine di apprezzamento)

* Unicorn Boutique
Da Unicorn troverete soprattutto abbigliamento per bambini: un piano e mezzo di abiti e papataci accatastati di ispirazione nord europea adatti a vestirei bambini come piacciono a me (niente rosa, niente cuccioli Disney, niente Peppa Pig).
Per le ragazze sono in vendita gioielli di designer olandesi e alcuni abitini: linee geometriche, colori dal grigio al blu al malva, pezzi quasi unici.
Unicorn è una famiglia gioviale e chiaccherina, e anche loro hanno un favoloso account Instagram.
:: Tweede tuindwarsstraat 1, 1015 RX Amsterdam
http://www.unicornboutique.com/

* Poppy’s Parade
Qui è dove ho acquistato uno splendido abito anni 50/60 pagandolo 30 euro e i tatuaggi di Tatt.ly. Aggiungo solo una cosa: hanno un e-shop.
:: Eerste Boomdwarsstraat 10, 1015 Amsterdam
http://www.poppysparade.com/

* All the Luck in the World SHOP!
Prodotti di Ferm Living + vecchie foto + account Instagram stupendo = poetica della felicità. Lo dice anche il nome.
:: Gerard Doustraat 86hs, Amsterdam
http://www.alltheluckintheworld.nl/

* Cherry Sue
Donne che amate gli anni Cinquanta, questo è il vostro regno: abiti, costumi, accessori. E proprietaria che è la copia di Peggy Sue.
:: Eerste Leliedwarsstraat 6, Amsterdam, Paesi Bassi
http://www.cherrysue.com/

* The Otherist
Insetti imbalsamati e incorniciati, vecchi teschi, occhi di vetro: qui troverete un catalogo di oggetti “altri” piuttosto divertente. Prezzi altini.
:: Leliegracht 6, 1015DE Amsterdam
http://www.otherist.com

* Brainy Days
Gioielli, borse, quaderni: tutta pura bellezza, lo avete già visto sul mio Instagram
:: Hazenstraat 53, Amsterdam
http://brainydays.nl/

* Anna + Nina
Oggetti per la casa (favolosi i piatti con i teschi), lampade, gioielli: Anna + Nina sono due negozi ed è un brand, ideato da due ragazze di Amsterdam che per le loro creazioni dicono di ispirarsi “alle cose più importanti della vita: amore, amicizia e famiglia”.
:: Kloveniersburgwal 44, Amsterdam
http://www.anna-nina.nl/

* Mint Mini Mall
Qui troverete diversi oggetti, di diversa godibilità: da prendere e portare via sono i diversi prodotti a marchio Aden+Anais per i bambini (per l’Italia li trovate in vendita su Bimbily)
:: Runstraat 27 (Prinsengracht), 1016 GJ Amsterdam
http://www.mintminimall.nl/

FONTI + QUARTIERI

Avremmo visto un’Amsterdam diversa se non fosse stato per il preziosissimo post di Elena .
In genere il nostro consiglio è di evitare il centro turistico, uguale a quello di tante città con le solite catene di negozi tutte uguali.
Abbiamo vagato tra il il Joordan, il De PiJp e l’Oud West.
Per individuare i post dove mangiare, ecco i post / blog che abbiamo scansionato il post di Myriam, quello de La diciassettesima cucina e poi: Dissapore, Globalgrasshopper, il diario di Amsterdam Foodie e di Your Little Black Book. Scoperto dopo ma sembra affidabile quello di Dutchgrub.

 

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Mangiare ad Amsterdam, e innamorarsene: il primo post

Dalle nostre foto durante la vacanza ad Amsterdam è  stato chiaro: ci siamo innamorati di questa città.

Prima di partire, la maggior parte delle persone che aveva già visitato Amsterdam ci ha detto che sarebbero bastati due massimo tre giorni per vederla tutta, “perché tanto è piccola”.
Per noi non è stato così, ma credo dipenda dal tipo di turista che sei: in vacanza, amiamo camminare. Ci piace decidere giorno per giorno, vagare senza meta, puntare un ristorante o un mercato e non sapere quanto tempo impiegheremo a raggiungerlo. Non amiamo i centri turistici, non ci sentiamo obbligati a percorrere itinerari classici o a visitare determinati musei.
Ci piace, se possibile, tornare più volte in un luogo o in un negozio che ci ha colpito.
Cerchiamo di abitare la città più che di usarla, di percorrerla in profondità e di fermarci il più possibile invece di correre solo per seminare bandierine di presenza.
Amsterdam è stata la città ideale come dimensione di viaggio, e ha avuto il merito di farci sentire bene subito nonostante vi fossimo arrivati davvero molto stressati (qui vorrei rubare la GIF di Myriam): si è rivelata una città accogliente e rilassante, ordinata ma non rigida, vivace, e amichevole, tantissimo.

Se va tutto bene, nel 2015 proveremo a trascorrerci qualche mese.

Questo sarà il primo dei due post dedicati al viaggio ad Amsterdam: in questo vi parleremo dei posti dove abbiamo mangiato (tanti), nel secondo vi daremo qualche consiglio sullo shopping (anche gastronomico ma soprattutto di negozietti che piacciono a me), sui quartieri che più ci hanno impressionato e sulle risorse che abbiamo consultato prima di partire.
Non saranno recensioni approfondite, ma solo una breve e facilmente consultabile lista.
Intanto sulla nostra pagina Facebook trovate tutte le foto del viaggio.


Colazione, caffè e dolci

* Lot Sixty One Coffee Roasters
Caffè filtrate e in infusion, cakes e muffin vegani, tavoloni di legno Instagram oriented, selezione musicale da spiaggia australiana: il nostro posto del cuore per la colazione ad Amsterdam, e anche il caffè più buono per entrambi (espresso per Fabrizio, in infusione per me)
:: Kinkerstraat 112 (Bilderdijkkade), 1053
http://www.lotsixtyonecoffee.com/

* Berryamsterdam
Tutti amano Berry, e Berry assomiglia un po’ all’amore, a partire dal gioco di parole che si trova disseminato nel menu e nel locale I love you Berry much: caffè americano, torte Berrymade, e la porta per Strawberry Earth, un team di persone che lavorano nel locale affianco e che si occupano di diversi progetti improntati alla sostenibilità.
:: Bilderdijkkade 27 (Kwakersplein), 1053
http://berryamsterdam.nl/

* Espresso Fabriek
Più che il caffè (ottenuto con la Chemex) vale la pena arrivare fin qui per la passeggiata nel complesso della Westergasfabriek, un’antica fabbrica di gas in un parco cittadino. Verde e cemento insieme senza litigare, e un bar dai soffitti alti con dei tavoli comodi per sedersi e scrivere, lavorare o chiacchierare.
:: Pazzanistraat 39, 1014
http://www.espressofabriek.nl/

* Belcampo
Il Belcampo si trova all’interno di una biblioteca, che a sua volta è dentro il De Hallen, edificio attualmente in ristrutturazione e che sembra prestarsi a negozi di design e temporanei foodmarket. Caffè nella media, carrot cake fresca e godibile: soprattutto come sopra è l’ambientazione a meritare la segnalazione. Tavoli spaziosi dove leggere o lavorare, e un soppalco con un pianoforte che ogni tanto qualcuno suona: tranquillità e spazio per tutti al prezzo di un caffè.
:: Hannie Dankbaar Passage 33
1053, Amsterdam

Ristoranti

* BAK restaurant
Questo è il ristorante che dovete prenotare, o dove è obbligatorio capitare magari a pranzo quando è possibile approfittare della luce del giorno per riempirsi gli occhi della vista dal quinto piano: sotto di voi il molo, all’orizzonte un’Amsterdam nuova e I traghetti in movimento. Cucina gastronomica, ingredienti fortemente mediterranei mescolati a erbe e pesci del nord, chef e personale giovanissimo, menu del pranzo a poco più di 30euro.
:: Van Diemenstraat 410, 1013
http://www.bakrestaurant.nl/

* Ron Gastrobar
Più buoni i gint tonic delle portate del menu. Nulla di esaltante per questo ristorante che vorrebbe essere una proposta pop dello chef stellato Ron Blaauw e che nella sostanza è un ristorante dalla frequentazione fighetta ma senza una cucina tecnicamente attraente. Svettano i piatti di carne, e il Gastrobar ha una sezione solo di BBQ: la prossima volta varrà la pena tornare e provare questa specializzazione.
Le scale per andare in bagno sono omicide, strette e ripidissime.
:: Sophialaan 55, 1075
http://www.rongastrobar.nl/

Pub

* Bar Brouw West
Questo pub era esattamente sotto casa, ma merita anche qualche chilometro per l’ottima selezione di birre. Porzioni gigantesche, hamburger con carne buonissima, patate fatte in casa. Semplice come un pub, rumoroso il giusto, nessun ripensamento notturno.
:: Ten Katestraat 16, 1053
http://barbrouw.nl/

Burger & Hot Dog

* The Fat Dog
Mettere The Fat Dog nella categoria Hot Dog è ingiusto: I suoi hot dog sono la versione più spettacolare, curiosa, interessante che abbiate mai immaginato degli hot dog. Ricette che non avrei mai concepito: wrustel di agnello con salsa alle melanzane, con alghe o con frosting croccante. Il tutto in un panino che costa circa 7 euro e che è un concentrato di solida cultura gastronomica internazionale. A capo di tutto c’è quel Ron Blaauw del Gastrobar, e che anche qui sa come preparare – e anche meglio – i Gin Tonic. Si mangiano almeno due hot dog a testa, poi da lì dipende da quanto bevete.
:: Ruysdaelkade 251 (Van Hilligaertstraat), 1072
http://www.thefatdog.nl/

* The Butcher

Hamburgeria che promette succulenza e che si rivela nella norma: panini corretti, altre preparazioni da assaggiare come le alette di pollo impanate e fritte. Buone le salse, carina l’ambientazione con piastrelle bianche. La riconoscete dall’enorme mucca appesa in vetrina, finta. Il bagno è in una porta scorrevole assolutamente invisibile perché a raso con le piastrelle del corridoio.
:: Albert Cuypstraat 129, 1072
http://www.the-butcher.com/

* Burgermeester
Se non sai dove andare, un hamburgeria verrà sempre in tuo soccorso: questo pensavo riflettendo su quanto l’hamburger sia diventato negli ultimi anni sempre più la promessa di un pasto godurioso, magari con ottimi ingredienti. Una standardizzazione ad alti livelli, diciamo. Questo del Burgermeester è la risposta a quell’attesa: pane fragrante, carni saporite, combinazioni tra il classico e sapori più internazionali.
:: Albert Cuypstraat 48, 1072
http://www.burgermeester.eu/

Da evitare

* Little Saigon
Volevamo visitare la casa di Anna Frank, ma c’era una fila di tre ore e troppo sole: abbiamo deciso di consolarci con un pranzo e abbiamo provato il Little Saigon, uno dei tanti ristoranti vietnamiti di Amsterdam. Dei piatti ordinati sono arrivati solo la metà, con tempi lunghissimi: sapori incerti e fritti dall’incessante riproposizione.
:: Zeedijk 88 (Stormsteeg)

E voi, avete mangiato ad Amsterdam? Avete altri consigli?

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Lavorare ad agosto: strategie, ricompense e Pinguini.

Questo agosto è strano.
Sulla carta, doveva essere così: ritorno dalle vacanze, carica di propositi, programmazione dei compiti e via, un mese di tranquillo lavoro.
La realtà invece è fatta di tanti sonnellini, e di ore non così produttive.
Sono ancora molto stanca (al biennio 2013-2014 va la palma d’oro dell’iperlavoro e delle relative conseguenze), e soprattutto ho voglia di essere costruttiva per attività extralavorative (e così mi sono iscritta al GSSP, a un corso di Pilates, e sto lavorando a un nuovo blog in lingua inglese).
Il cervello, insomma, è parecchio collaborativo sul lato personale e poco su quello professionale.


Ci sono però progetti da mandare avanti (di molti vi avevo parlato in questo post, altri si sono definiti prima delle vacanze e non vedo l’ora di raccontarveli), per cui sto impostando le mie giornate con degli stratagemmi: cerco di modificare la mia routine facendo magari una passeggiata al mattino, cambio postazione di lavoro, mi pongo degli obiettivi, mi do delle ricompense.

La ricompensa di questo mese ha un nome: Pinguino.

Qualche giorno fa sono andata a visitare la nuova Pinguineria, il nuovo format /punto vendita dei Gelati Pepino dove poter acquistare e degustare i loro gelati e i Pinguini, gelati su stecco a diversi gusti (Pepino ha inventato il primo gelato al mondo su stecco ricoperto di cioccolato).


Lì ho fatto incetta di ghiaccioli sorbetti di frutta su stecco e di Pinguini al caffè, e li sto scaglionando tra un lavoro e una mail.
Tre articoli, un ghiacciolo sorbetto.
Una mailing list completa, un Pinguino al caffè.
E così via.
Sono buonissimi e nello stesso tempo sono rassicuranti, perché sono gelati che rimandano subito all’infanzia: gusti semplici, copertura sottile e croccante, tanta frutta.

A settembre il mio corpo avrà la forma di un ghiacciolo (un po’ già ce l’ha :-) , ma almeno avrò portato a termine la maggior parte dei lavori.
E voi che state lavorando ad agosto, come vi siete organizzati?

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